Il gioiellino - la recensione del film

04 marzo 2011
3.5 di 5

Poteva sembrare una scelta facile, quella di Andrea Molaioli. Alla sua opera seconda l’ex assistente alla regia di Nanni Moretti, scegliendo di raccontare il crac della Parmalat, poteva dare l’impressione di voler cavalcare l’onda lunga del nuovo cinema di denuncia

Il gioiellino - la recensione del film

Il gioiellino - la recensione

Poteva sembrare una scelta facile, quella di Andrea Molaioli. Alla sua opera seconda dopo il fortunato esordio de La ragazza del lago, l’ex assistente alla regia di Nanni Moretti, scegliendo di raccontare il crac della Parmalat, poteva dare l’impressione di voler cavalcare l’onda lunga del nuovo cinema di denuncia anti-finanziaria. Quello documentario alla Enron, per intenderci, o fictional come i vari Michael Clayton, The International o persino Duplicity.
Ma così come nel suo primo film Molaioli partiva dal genere (rispettandolo) per parlare d’altro, ecco che saranno delusi coloro i quali ricercheranno in questo Il gioiellino l’invettiva, la polemica, la presa di posizione etico-politica. La rivendicazione popolare contro chi ha colpevolmente rovinato un numero elevatissimo di risparmiatore.

Perché Il gioiellino non ha – fortunatamente – l'andamento rabbioso e sincopato del film di denuncia, né il ritmo incalzante del finance-thriller: procede invece riflessivo e introspettivo, ovattato; affascinando senza clamori o sacri fuochi, ma al contrario col gelo dei luoghi e delle superfici, con le flebili luci e le complesse ombre dei personaggi. Personaggi piccoli piccoli, borghesi e provinciali nel senso più puro e variegato del termine. Personaggi immersi in qualcosa di più grande di loro, anche se da loro stessi creato, che annegheranno in loro stessi. Personaggi che sono insieme sintomo ed espressione di dinamiche e realtà socio-culturali, addirittura antropologiche di tutto il nostro paese, ben oltre lo specifico finanziario.

Certo, Molaioli riesce comunque a ritrarre con dovizia di particolari e sufficiente inventiva gli aspetti cronachistici di quanto commesso da Tanzi, Tonna e resto del management della Parmalat (qui tutti ribattezzati con nuovi nomi, per dare alle vicende un respiro più generico e per ragioni legali). E riesce a restituire con efficacia il senso di una finanza malata, degenerata come un cancro dentro sé stessa, un cancro che poi colpisce il resto della società.
Ma più che quelle che raccontano le collusioni e le concussioni della politica, le truffe contabili e le società off-shore, le follie delle plusvalenze o i valori sepolti in giardino, a colpire de Il gioiellino sono altre scene. Sono le scene che fotografano i modi di fare e pensare (spesso non necessariamente criminali) di certa imprenditoria e di certa provincia italiane, che mostrano la trama di quel tessuto connettivo che, nel bene o nel male, è il nostro paese.

Sono le scene dove si parla della pacata ossessione religiosa dell’Amanzio Rastelli di Remo Girone, delle sue passeggiate domenicali con gli omaggi dei concittadini, degli acquisti in pasticceria con la commessa che si affretta ad aprire la porta al “dottore”, dei dialoghi in cui l’imprenditore sostiene che il latte sarà solo e sempre il core business dell’azienda perché lui se lo ricorda quando, durante la guerra, la gente senza una lira al latte non rinunciava.
Sono le scene in cui il rigido e scontroso Ernesto Botta di Toni Servillo si lascia andare alle sue piccole e grandi debolezze, dal vino alle donne, nelle quali parla della Leda come della sua azienda, in cui reagisce con testardaggine e contraddittorietà di fronte alla china di crescente illegalità che quell’impresa ha preso senza possibilità di retromarcia.

In questo senso, complice la presenza degli stessi collaboratori (da Servillo a Luca Bigazzi, passando per Teho Teardo), possiamo mettere in parallelo  l’operazione fatta da Molaioli e Il gioiellino sul caso Parmalat a quella compiuta da Sorrentino e Il divo su quello Andreotti: entrambi i film, con modi e stili diversi, parlano del loro tema, eppure lo trascendono, quasi lo negano, per toccare corde nuove, più umane e più collettive al tempo stesso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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