Il Flauto Magico di Piazza Vittorio: la recensione del musical dall'opera di Mozart

17 giugno 2019
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Una piccola favola fantasiosa, coloratissima e multiculturale, ispirata all'opera mozartiana, che delizia gli occhi, le orecchie e il cuore in modo inaspettato.

Il Flauto Magico di Piazza Vittorio: la recensione del musical dall'opera di Mozart

Ci sono film che esprimono, nel loro piccolo e in modo non presuntuoso ma per vocazione e spontanea virtù, l'ideale armonia dell'universo: quella che ci sarebbe se popoli e culture di diverse provenienze, religioni, colore e sesso collaborassero per dare gioia al mondo, invece di accanirsi a imbruttirlo e intristirlo. Spesso, di questi tempi, ci sembra che quello che ci circonda sia diventato privo di musica e colore e che sempre più ampie porzioni del nostro habitat siano coperte da una nebbia grigia, congelate per sempre da Biechi Blu allergici all'allegria e all'amore. Ma se non c'è la Banda dei Cuori Solitari del Sergente Pepper a risvegliarci, c'è almeno un film delizioso e coloratissimo come Il Flauto Magico di Piazza Vittorio, piccola utopia felice che rallegra gli occhi, le orecchie e il cuore di chi lo vede, facendogli tornare la voglia di cantare e di ballare e dandogli speranza che un mondo diverso sia ancora possibile.

Questo Singspiel (un'opera che alterna canto e recitazione) di Wolfgang Amadeus Mozart, che è stato portato sullo schermo in diverse versioni da Ingmar Bergman e Kenneth Branagh, si presta perfettamente, per il suo mix di stili, suggestioni e temi che ne fanno un fantasy ante-litteram, all'operazione di contaminazione messa in atto da Mario Tronco, creatore e direttore dell'Orchestra di Piazza Vittorio da 18 anni, e da Gianfranco Cabiddu, regista colto e legato a sua volta al teatro e alla musica, che la firmano congiuntamente. Musica e immagine sono un connubio indissolubile in un film che trasporta le melodie di Mozart nella contemporaneità e in uno spazio – i Giardini di Piazza Vittorio, ombelico della Roma umbertina abitato da varia umanità e dotato di una Porta Alchemica (esiste davvero) su una magica alterità – che dimostrano l'attualità di una favola che è un invito a incontrarsi, chiarirsi, amarsi e riscoprire la ricchezza delle culture altrui, che fanno della Terra non un'incomprensibile Babele ma un palcoscenico di gioia e scambio produttivo.

Ecco così che il celebre trillo del flauto diventa la suoneria di un cellulare, che Tamino e Papageno sono i personaggi di un videogioco a piattaforme e Pamina fugge da Monostato in ascensore, dove risuona la muzak, il tipico sottofondo che fa sì che il tempo di ascesa o di discesa sembri non passare mai, specialmente se si sta in silenzio. Non dev'essere stato facile il lavoro degli sceneggiatori – cinque, tra cui Fabrizio Bentivoglio – nello scegliere cosa togliere (sparisce Papagena) e cosa cambiare. Qua Pamina è tutt'altro che una damsel in distress ma sa difendersi anche a suon di colpi bassi e instilla la sua saggezza nel padre e nella madre. In tal senso – soprannaturale a parte - è una moderna ragazzina contesa dai genitori, che si dimostra più matura e volitiva, nell'affermare i suoi diritti, di chi li calpesta per farsi la guerra. E poi ci sono le splendide musiche mozartiane riarrangiate in stili diversi, a seconda della nazionalità di chi le esegue: si va dal mambo alla ballata, dalla possente aria d'opera sul palcoscenico di un grande teatro fino ad un'orchestrina mariachi.

A cantare sono gli artisti dell'Orchestra, nessuno dei quali è attore, con l'innesto di una new entry come Violetta Zironi, la cui apparente goffaggine la rende ancora più credibile e amabile e che ha una voce celestiale, mentre Petra Magoni con la sua presenza scenica e la sua incredibile estensione vocale dà vita a una Regina della Notte che ricorda le grandi cattive dei cartoni Disney, da Malefica alla Strega di Biancaneve. È una bella sorpresa Fabrizio Bentivoglio che canta in più lingue e balla come se non avesse fatto altro nella vita, oltre a conferire sensualità e dolcezza paterna al ruolo di Sorastro. Bravo Ernesto Lopez Maturell nel ruolo di Tamino, costretto a fischiare per buona parte del film, e merita la citazione tutto il cast: dal Papageno di El Hadjii Samb ad Omar Lopez Valle che è il narratore col cappello di ammiraglio, alle divertenti tre Dame della Regina (Cristina Chinaglia, vista a La tv delle ragazze, Ashai Lombardo Arop, Kyung Mi Lee), dal minaccioso e a modo suo simpatico Monostato di Houdine Ataa al buffo sacerdote di Raul Scebba.

Il Flauto magico di Piazza Vittorio è una piccola, certo imperfetta ma gioiosa impresa corale, realizzata con passione e in modo artigianale e messa in piedi da uomini e donne di buona volontà, determinati a portare la bellezza al mondo. Sarà per quello che l'abbiamo amato tanto e ci sembra che l'esperienza di questa straordinaria orchestra nomade e multietnica faccia davvero onore alla frase di Emma Lazarus scritta alla base della Statua della Libertà, che apre il film: “Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa. Datemi i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”. Non c'è davvero bisogno di aggiungere altro.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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