La recensione de Il divo, il film di Paolo Sorrentino

29 maggio 2008
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Dopo aver conquistato il Premio della Giuria al Festival di Cannes, e plausi da stampa e pubblico presenti sulla Croisette, Il divo sbarca nelle sale di tutta Italia. Un film visionario e potente, tanto più efficace nella sua natura di film "di denuncia" quanto più lontano dagli stereotipi del genere.

La recensione de Il divo, il film di Paolo Sorrentino

Il divo - la recensione

Il cinema di denuncia (civile, sociale e politica che sia) ha una lunga e rispettabile trazione nella storia dell’industria cinematografica nostrana. Ma come molte altre lunghe e rispettabili tradizioni, anche questa ha subito una flessione qualitativa e quantitativa nel corso degli ultimi due-tre decenni, vuoi per l’assenza di cineasti in grado di gestire la materia con efficacia e competenza, vuoi per la complicazione della situazione italiana a livello generale.
Poi sono arrivati Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, che con Gomorra e Il divo sono riusciti a rinverdire e onorare quel certo tipo di cinema, conquistando anche pubblico e giuria del festival di Cannes. E lo hanno fatto rielaborando in maniera personale un genere che, se declinato secondo le “vecchie” modalità, rischiava di non avere più efficacia e senso.

È chiaro ed evidente che con Il divo Paolo Sorrentino ha voluto (ri)raccontare le tante ombre incarnate dal politico Andreotti, simbolo vivente ed enigmatico dei tanti misteri d’Italia (anche forse in maniera indipendente dalle effettive responsabilità personali). Attraverso Andreotti, infatti, il regista napoletano ci parla del rapimento Moro, delle collusioni tra politica e Cosa Nostra, di loggia P2, di intrecci politico-finanziari che coinvolgono lo Stato, il Vaticano e la Massoneria. Ma Il divo non sarebbe stato (altrettanto?) efficace in questo suo percorso “di denuncia” se non fosse stato declinato in maniera personalissima e creativa, rifiutando con intelligenza la militanza diretta ed accusatoria; non sarebbe stato il gran film che è se non fosse stato in primo luogo Cinema con la “C” maiuscola e non si fosse primariamente concentrato su quello che è il mistero più affascinante ed enigmatico di tutti: quello rappresentato dal Giulio Andreotti politico e dal Giulio Andreotti uomo, partendo dal presupposto che nulla di quel che viene denunciato si può capire veramente se non si cerca di comprendere l’uomo che è al centro di tutto. Tentativo di comprensione magari vano, ma fondamentale ed irrinunciabile.

Il divo non ambisce quindi a svelare del tutto il mistero profondo e impenetrabile di Andreotti, dell’uomo che nel bene e nel male ha rappresentato il Potere per decenni, ma con coraggio e abilità cerca di raccontarne psiche, di mostrarne capacità e debolezze e, soprattutto, di ipotizzarne le imperscrutabili spinte motivazionali. L’Andreotti impersonato da Toni Servillo – bravissimo del dosare personalità e mimetismo mai fine a sé stesso, nel “diventare” il personaggio rimanendo cosciente della sua natura di attore e non di camaleonte – è un politico abilissimo e cinico, convinto della necessità di fare Male per raggiungere il Bene (collettivo?); ma è anche un uomo ossessionato dalla morte di Moro e dalle parole spietate che il compagno di partito lasciò scritte su di lui, un uomo in qualche modo oppresso dalle responsabilità dirette e indirette che lui stesso ha voluto caricarsi addosso, ferito dalla mancata elezione alla Presidenza della Repubblica e dal tradimento di molti, che affronta con fiera e sottile aggressività le denunce più infamanti ma è costretto ad abbassare il capo quando la moglie gli dice che in fondo non è quel politico coltissimo e intelligentissimo che tutti credono ma solo una persona mediamente erudita che ha la battuta pronta e grande capacità di concentrazione.

Se quindi ne Il divo il velo del mistero Andreotti non viene coscientemente squarciato del tutto, il regista è bravissimo a strapparlo qui e là e a condurci a sbirciare quel che vi si nasconde dietro, con uno stile formale e narrativo che non ha eguali nel nostro paese – e probabilmente non solo.
Sorrentino è un visionario, un regista vero, attento tanto al cinema inteso come arte audiovisiva quanto alla storia che racconta, in grado di sorprendere con scelte visive (e musicali) creative e bizzarre. Scelte che rendono il suo film lontanissimo dal realismo (vero o presunto) del cinema italiano di denuncia e non, ma che è in grado di essere tanto più inquietante ed efficace nella descrizione di pagine oscure della nostra storia quanto più è surreale e barocco, grottesco ma mai eccessivo.

Che poi Sorrentino sia perfettamente cosciente (e di conseguenza un pelo compiaciuto) del suo talento e dell’unicità della sua visione cinematografica è un altro dato più che evidente. Ma finché si esprime in queste forme, qualche peccatuccio di arroganza al regista napoletano glielo possiamo pure perdonare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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