Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno: la nostra recensione del film

21 agosto 2012
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Come concludere la trilogia su Batman in maniera degna dopo un film nel suo genere difficilmente superabile come Il Cavaliere Oscuro?




Come concludere la trilogia su Batman in maniera degna dopo un film nel suo genere difficilmente superabile come Il Cavaliere Oscuro?
Impossibile non pensare che Christopher Nolan, questa domanda, se la deve esser posta. E la sua risposta, forse, non poteva che essere quella offerta ne Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno .
Un film che, superata una impressionante ma nel complesso disgiunta scena d'apertura, è la costruzione magniloquente ed elegiaca di un mausoleo nel nome del personaggio che dà il titolo al film; un mausoleo che ricalchi, celebrandole e irrigidendole fin quasi a renderle caricaturali, le architetture del secondo capitolo; un mausoleo da erigere con possente e rigoroso sforzo e da abbattere con sollevante iconoclastia, ma solo affinché il Simbolo possa continuare a esistere.

Se quindi in passato la metropoli letteralmente globale di Gotham City era stata minacciata dalla follia e dalla casualità dello Spaventapasseri e di Due Facce prima, e dal caos anarchico e (ir)razionalmente sovversivo del Joker, oggi a spezzare uno status quo ipocritamente pacifico è la rabbia primordiale, scientifica e populista di Bane.
Il poderoso villian interpretato da Tom Hardy (follemente penalizzato da una maschera che lo priva di mimica facciale, e doppiato in Italia da un fastidioso Filippo Timi, ma comunque sconfitto in partenza dalla possenza simbolica del Joker di Ledger) è infatti il promotore di una rivolta letteralmente dal basso, di una rivoluzione dei reietti e dei diseredati del Terzo Millennio che, in maniera fin troppo smaccata, cita quella francese e quella russa; con tanto di degenerazione nel terrore, nel totalitarismo, nella dittatura del proletariato.

Paradossalmente, però,
Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno è assai meno intimamente politico del film che l’ha preceduto, con buona pace di chi lo definisce addirittura fascista.  La sua sfacciataggine (nonché il sostanziale disinteresse dello stesso Bane per ogni sfumatura politica della rivolta da lui stesso guidata) rivela, ancora una volta, che l’attenzione reale di Nolan è tutta in ciò che apparentemente sta ai margini. E, in questo caso, nei temi portati avanti dai personaggi realmente centrali (ma non per questo migliori) del film: Batman, la Catwoman di Anne Hathaway, il Blake/Robin di Gordon Levitt, la Miranda di Marion Cotillard, perfino Alfred e il commissario Gordon.
Perché tra questi ultimi due film di Batman c’è stato Inception: e come in quel film, qui Nolan esplora (con imbarazzo e qualche goffaggine) la possibilità sentimentale di radere al suolo un passato, di liberarsi del ricordo e della colpa, per ricostruire un futuro nuovo, diverso, migliore, più libero.

L’unico modo per farlo, appunto, è fare di quel passato un mausoleo – fisico, interiore, di celluloide – e poi lasciare che venga distrutto dalla sua retorica e apparentemente ingenua esaltazione .
Il Simbolo continuerà ad esistere, ma la sua forma sarà nuova, diversa.
Sperabilmente migliore ma, di certo, più libera.
E, soprattutto, consolatoria per lo spettatore, cui Nolan ammansisce lo stesso gioco tra disperazione e speranza teorizzato dal suo corpulento villain.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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