Il cattivo poeta: recensione del film su Gabriele D'Annunzio con Sergio Castellitto

19 maggio 2021
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Debutta il 20 maggio nelle sale italiane il film di Gianluca Jodice dedicato agli ultimi due anni di vita del poeta italiano. Un film insolito e dal profilo complesso, che racconta molto bene la decadenza malinconica e crepuscolare del suo protagonista. Recensione di Federico Gironi.

Il cattivo poeta: recensione del film su Gabriele D'Annunzio con Sergio Castellitto

All'inizio, nelle scene in cui si racconta con una festa in famiglia della nomina a federale di Brescia del giovanissimo Giovanni Comini, o del suo innamoramento per una donna più grande di lui, o perfino in quelle del suo ingresso nella casa del fascio della sua città, in Il cattivo poeta si respira un'aria avatiana.
Che è un indizio sicuramente della volontà di Gianluca Jodice di voler fare del suo un film in qualche modo antico, ma che è anche qualcosa di parzialmente ingannevole. Perché se quando torna al privato di Comini - e lo fa forse anche in qualche scena di troppo - Jodice conferma quell'avatismo di fondo, quando Il cattivo poeta arriva nei pressi del suo vero epicentro, il D'Annunzio di Castellitto, sembra anche trasfigurarsi, e guardare a modelli assai diversi: Jodice cita nelle sue note di regia la trilogia del potere di Sokurov (Moloch, Toro e Il Sole); non cita Vincere di Bellocchio, ma appare evidente l'ambizione di sfiorare anche quei territori lì.
Se Jodice non è né SokurovBellocchio, Il cattivo poeta è comunque un film capace di guizzi interessanti, dotato di un fascino personale e di un'atmosfera densa capace di restituire tutto il decandentismo malinconico di un D'Annunzio che, come ha detto Castellitto, "ha imboccato il corridoio finale della sua vita."
C'è, guarda caso, una scena molto importante del film che è ambientata proprio in un corridoio. Lo percorre D'Annunzio, che vediamo di spalle, e che a un certo punto cade a terra. Si rialza, e sgomento e spaventato si volta per guardare alle sue spalle (è l'immagine del manifesto del film, ma l'espressione è diversa), per vedere se qualcuno è stato testimone di quel momento di debolezza, e di verità. Di umanità. Nessuno l'ha visto. Solo noi spettatori.

Il cattivo poeta è certamente un film che riflette sul potere, e sull'arte, e sul rapporto tra le due cose, incarnato dalla figura del Vate oramai isolato e inascoltato, disperato nel tentativo di farsi nuovamente ascoltare da un Mussolini che, quando incontra a Verona nel 1938, sembra quasi non vederlo, nonostante quell'ultimo vaticinio del poeta, quello sull'abbraccio mortale con la Germania hitleriana, si sarebbe rivelato corretto.
Ma (e quindi) ancora di più, Il cattivo poeta è un film sulla necessità della rappresentazione di sé per darsi statuto di realtà, e di vita. Un film su una condizione fantasmatica, quella di D'Annunzio e di tutta la sua corte di donne e di uomini che si aggirano silenziosi nel buio del Vittoriale, che è una condizione di pre-morte; di una morte che precede quella fisica e che arriva con la vecchiaia, l'irrilevanza, la marginalità.
Il D'Annunzio di Castellitto, che si tiene mirabilimente lontano da ogni tentazione gigionesca, e da ogni facile birignao, non è più il D'Annunzio superomistico, o decantente in senso dionisiaco. I suoi eccessi, le sue passioni femminili, l'uso della cocaina, sono oramai privi di vero slancio vitale, sono routine e sopravvivenza. La sua decandenza non è morale, ma fisica, e sociale. Crepuscolare.
Eppure, allo stesso tempo, in quella tomba in vita per chiunque la occupi che è il Vittoriale, D'Annunzio rimane l'unico a rimanere tenacemente e tragicamente legato alla vita, e al suo disordine creativo e anarchico, pur nella dolorosa consapevolezza che ogni sforzo di tradurre in atto un pensiero, o un desiderio, risulterà inadeguato.

Assieme alla performance di Castellitto, quel che colpisce del film di Jodice è la ricostruzione di un mondo, complici la possibilità di girare all'interno del vero Vittoriale, circondati dai reali arredi e oggetti dannunziani, e la fotografia di Daniele Ciprì. In quella ricostruzione d'epoca, Jodice va a incastonare una serie di volti spendidamente antichi: i suoi interpreti vengono tutti dal teatro, a partire da quel Francesco Patanè che interpreta Comini, e che pare una curiosa crasi tra la fisicità di un giovane Giorgio Pasotti e certi toni e modi recitativi di Fabrizio Gifuni. Al suo fianco, e a fianco di Castellitto, ottimi interpreti come Tommaso Ragno, Elena Bucci, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi: maschere spesso silenziose di quella che, nonostante qualche occasionale e fucace scivolata verso territori più prossimi alla fiction che a quelli del cinema, pare una la trasposizione, ben girata, di una tragedia a cavallo tra classicismo e sperimentazione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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