Il buco in testa: recensione del film di Antonio Capuano con Teresa Saponangelo

26 novembre 2020
3.5 di 5

Un personale e appassionato viaggio nella storia vera di una donna che incontra il terrorista rosso che uccise il padre, da lei mai conosciuto, nel 1977. Il buco in testa è un film di Antonio Capuano pieno di energia con una eccellente Teresa Saponangelo.

Il buco in testa: recensione del film di Antonio Capuano con Teresa Saponangelo

L’Italia è il paese che continua a subire ferite, ma si guarda bene da elaborarle, in modo che smettano di sanguinare, anche a distanza di decenni, grazie all’elaborazione, alla storicizzazione, che non è un’amnistia morale, ma il superamento attraverso il riconoscimento di torti e colpevolezze. La questione del terrorismo degli anni ’70 è solo una di queste. Il cinema potrebbe aiutare, specie se, come il caso de Il buco in testa del mai domo Antonio Capuano, lo può fare utilizzando strumenti infinitamente più potenti del didascalismo sterile da “cinema di impegno civile”. Se non raccontiamo queste cose al cinema a che ci serve il cinema? Come dice l'autore stesso.

Il titolo ci rimanda a un momento che ha cambiato per sempre la vita di Maria, figlia che non ha mai conosciuto il padre, un vicebrigadiere della polizia ucciso nel 1977 a Milano da un militante dell’estrema sinistra, per strada. Ora vive a Torre del Greco, in provincia di Napoli, stretta fra mare e montagna, tanto che “se il Vesuvio non vi incenerisce, finirete tutti cibo per i pesci”. Ha un lavoro instabile, come la sua vita, in cui l’amore non entra. Vive con la madre, ormai praticamente muta, mai capace di superare il lutto per la morte del giovane marito, a cui è ancora dedicato una sorta di piccolo altarino in casa, a far risaltare il suo bel viso e l’orgoglio per la divisa.

Maria è nata due mesi dopo la sua morte, e ora scopre che l’assassino vive ancora a Milano, ha scontato la sua pena, e può per la prima volta rivolgere il suo odio verso una persona, un viso. Si tinge i capelli e prende un treno per incontrarlo, con una pistola nella borsetta.

È una storia vera, ma raramente come in questo caso è resa in maniera libera, con una narrazione personale, nervosa come i dolori e il passato, oltre che carica di un’energia repressa a causa di quarant’anni di vuoto, con Il buco in testa, dal quale Maria non riesce ancora a venire fuori. È il cinema di Antonio Capuano, irrequieto, vitale, personale, se vogliamo anche sgrammaticato, come quello sguardo di Maria, ogni tanto rivolto in camera, quasi a non riuscire a contenerlo dentro degli schemi ordinari, sfondando la quarta parete per rivendicare un po’ di luce, in “una vita che sta sempre dopo la curva”. Teresa Saponangelo è davvero eccellente nel rendere la disperazione mista a una dolcezza così tanto repressa da Maria, che ha la forza di non cedere all’amnesia, di porsi la domanda se sia possibile un dialogo, ora, ancora prima di rispondere in maniera affermativa.

Un incontro scentrato, goffo, fra chi a 18 anni era un ragazzo “che sognava un mondo migliore”, e chi ha perso un padre, “entrato in polizia perché voleva averlo, un futuro”, e finalmente può rivolgere la domanda che si è sempre posta per tanti anni, “ma perché le armi a una manifestazione? La violenza del proletariato, come lo chiami tu, consentiva di sparare ai poliziotti?”. Come non ricordare il Pasolini che sottolineava le origini proletarie dei poliziotti, non dei militanti “figli dei ricchi”.

Un dialogo si instaura, fra esseri umani che riconoscono colpe e rimorsi, sono “degli sconfitti e proviamo rimorso”, vittime e carnefici, eppure si scoprono nonostante tutto fatti di carne, di piccoli bisogni, come un caffè inseguito in giro per Milano, quasi che potesse risolvere tutto, sedendosi allo stesso tavolo e guardandosi in faccia.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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