Il ballo delle pazze - Le Bal des Folles, la recensione: il nido del cuculo femminista di Mélanie Laurent

17 settembre 2021
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Tratto da un romanzo di Victoria Mas pubblicato in Italia da e/o, Le Bal des Folles - terza regia della Laurent, qui anche protagonista con Lou de Laâge - è disponibile in streaming e in esclusiva su Amazon Prime Video dal 17 settembre 2021.

Il ballo delle pazze - Le Bal des Folles, la recensione: il nido del cuculo femminista di Mélanie Laurent

Ogni epoca, evidentemente, ha il Qualcuno volò sul nido del cuculo che merita.
Nel 1975 Milos Forman, portando al cinema con uno straordinario Jack Nicholson il romanzo di Ken Kesey, firmava uno dei titoli più noti e amati di quella nuova Hollywood che, sull'onda della disillusione per il fallimento del grande sogno di cambiamento portato avanti alla fine degli anni Sessanta, fotografava la lotta spesso disperata del singolo contro il Sistema. Un Sistema sadico, crudele, opprimente.
In questo 2021 Mélanie Laurent adatta un altro romanzo, firmato da Victoria Mas, che in comune con quello di Kesey ha molto - una protagonista internata senza ragione in un ospedale psichiatrico, la crudele indifferenza verso i malati, un'infermiera particolarmente sadina - ma che è tutto concentrato a raccontare una storia in chiave femminista e anti-patriarcale.

Le Bal des Folles, ambientato nella Parigi di fine Ottocento, vede protagonista Eugénie (Lou de Laâge), un giovane donna di estrazione alto boghese, libera e indipendente, che però la famiglia, per volere - guarda un po' - del padre severissimo,  viene internata alla Salpêtrière, il manicomio femminile gestito, ai tempi, dal celebre neurologo Jean-Martin Charcot, uno che Sigmund Freud ammirava tanto da chiamare con lo stesso nome di battesimo suo figlio primogenito.
Eugénie però non è malata di mente, come non lo sono la maggior parte delle donne rinchiuse in quella struttura solo perché giudicate "isteriche" in base alla loro non conformità alle regole sociali maschiliste e al ruolo passivo e succube cui erano destinate. Nel caso della ragazza, per ragioni drammaturgiche, la sua non conformità è il potere di parlare con gli spiriti dei morti.
Come il McMurphy di Nicholson, la Eugénie di de Laâge sarà testimone dell'inumanità del luogo di cui è prigioniera, pagherà il prezzo della sua lucidità, anche se al contrario del personaggio di Nicholson troverà un alleata nel personale dell'ospedale: in un'infermiera interpretata dalla stessa Laurent.
Il resto del film, tenendo bene a mente il parallelismo col film di Forman, non è difficile immaginarlo.

Mélanie Laurent, alla sua quinta regia di finzione, mescola l'impegno del tema a un'impianto formale che è quello del melodramma in costume che spesso scivola quasi nel thriller gotico. E spinge forte sul pedale della solidarietà femminile, in un mondo dominato da maschi ottusi e sopraffattori (l'unico decente è il fratello di Eugénie, che però è anche omosessuale) e illuminato spesso da flebili luci di candela che lasciano nell'ombra le donne, le violenze che subiscono, le crudeltà umane. Non manca in apertura nemmeno un richiamo indiretto all'Adele H. di Truffaut, con Eugénie che si è recata, di nascosto dalla famiglia, ai funerali di Hugo padre.
Le interpretazioni son solide, la messa in scena elegante: tutto è al suo posto, tutto è corretto. Anche troppo. Ai limiti del prevedibile.
Come un finale dove la libertà di una protagonista deve essere per forza controbilanciata dalla sorte avversa di un'altra. Come in Qualcuno volò sul nido del cuculo - appunto - sebbene con meno radicalità e più languore, sempre e necessariamente tutto al femminile. Perché le tesi di partenza vanno portate avanti: fino in fondo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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