Il 13° guerriero: la recensione del film di John McTiernan con Antonio Banderas

10 marzo 2020
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L'attore spagnolo è un intellettuale arabo embeddato a un gruppo di vichinghi alle prese con creature mostruose e cannibali. Un gradevole film d'avventura in costante equilibrio tra epica e ironia.

Il 13° guerriero: la recensione del film di John McTiernan con Antonio Banderas

Ho sempre avuto una passione per i vichinghi, e anche per questo, ma non solo per questo, ho sempre considerato Il 13° guerriero un mio personale guilty pleasure.
Film dalla realizzazione travagliata, con Michael Crichton, autore del romanzo da cui il film è tratto ("Mangiatori di morte"), che ha sostituito John McTiernan alla regia dopo i primi test screening, tagliando tantissimo e rigirando molte scene, Il 13° guerriero non è esattamente quel che si definisce un grande film. E purtuttavia, anche in assenza di un racconto davvero forte e coinvolgente, è uno di quelli che riescono a garantire un intrattenimento schietto e sincero, a patto di apprezzarne alcune caratteristiche che definiscono la sua identità, ben oltre una trama fatta d'incontro tra culture, creature mostruose, cannibali e sanguinarie, streghe nei boschi, eroismo guerriero e ingegnosa scaltrezza.

Prima di tutto, c'è una vena ironica che scorre appena sotto la superficie di Il 13° guerriero, e che emerge carsicamente di tanto in tanto: utile non solo a divertire lo spettatore, a anche a bilanciare certe eccessive seriosità verso le quali ogni tanto il film di McTiernan sbanda pericolosamente.
Poi, appunto, c'è il tentativo ambizioso di girare un film dove, negli scenari, nei costumi, nelle scene cupe e ruvide di battaglia, ci si richiama chiaramente all'epica del cinema classico, al tempo stesso evocando una storia mitica e mitologica intrisa di proto-fantasy: non a caso, la storia è vagamente ispirata a quella del poema "Beowulf".
Poi certo, è necessaria una buona disposizione per accettare momenti come quello in cui un Antonio Banderas dall'occhio bistrato si rivela capace di imparare la lingua dei vichinghi (che poi nel film è il norvegese moderno) semplicemente ascoltandoli parlare, sera dopo sera, davanti a un falò. Una scena, quella, a modo suo improbabile, cartina al tornasole del fatto che la credibilità non è il punto di forza del film; ma a ben vedere anche furba nel modo in cui risolve l'enigma dell'accavallamento linguistico ed emblematica di una certa scaltrezza del racconto, capace di fare di Il 13° guerriero, con tutti i suoi difetti, un gustoso film d'avventura vecchio stile.

Che gli occhi siano truccati o meno, l'attore spagnolo non sfigura nei panni del colto e affettato arabo che, pur piccolo di taglia (come il suo cavallo, arabo pure lui, schernito per le dimensioni dai vichinghi), trova il modo di farsi rispettare e trovare fratellanza presso quella popolazione ai suoi occhi così rude e grezza, eppure così coraggiosa. E anche quello di costruire una piccola storia d'amore con la bionda Maria Bonnevie (ma di quello non vediamo molto, perché è una storyline che venne pesantemente tagliata da Crichton una volta al comando del film).
Il personaggio principale di Il 13° guerriero, però, finisce con l'essere quello di Herger il Gioioso, il numero due della compagnine vichinga, quello che più degli altri diverrà amico di Ahmed ibn Fahdlan. Non solo perché Dennis Storhøi, norvegese come la Bonnevie, è un bravo attore, ma perché è la figura che riesce a sintetizzare in sé il difficile equilibrio tra epica e leggerezza che il film cerca costantemente.
E la divertente ma ruvida scena in cui sfida a duello un energumeno dai capelli rossi assai più forte di lui ne è il perfetto esempio.

Sprecato il cammeo di Omar Sharif, che sparisce pochi minuti dopo l'inizio del film: e il trattamento ricevuto da parte del regista (o dei registi) pare sia stato il motivo che aveva convinto l'attore a tenersi lontano dai set per qualche anno.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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