Identità: recensione del thriller di James Mangold con Ray Liotta e John Cusack

15 maggio 2020
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Morte al motel, in una notte di pioggia nel nulla, una nuova versione di Dieci piccoli indiani con al centro varia umanità e una certa ironia.

Identità: recensione del thriller di James Mangold con Ray Liotta e John Cusack

Raro che un titolo sia così efficace, oltretutto con una sola parola: Identità. Il dizionario ci aiuta definendola “l’insieme dei dati personali che consentono l’individuazione o garantiscono l’autenticità”. Altra parola cruciale, autenticità, parlando di un thriller come questo che è sempre sul filo fra verità e menzogna, illusione, come in un esercizio di magia, e realtà. insomma, chi sono i protagonisti del film, se non quello che pretendono di essere? Che passato hanno e cosa ci fanno in una notte di pioggia torrenziale, in un motel nel nulla, nel mezzo di una delle tante strada infinite, tutte uguali, che attraversano la provincia degli Stati Uniti?

Sono infatti dieci persone, i piccoli indiani raccontati da Agatha Christie nel suo classico romanzo, che poi inizialmente erano “little niggers”, in “omaggio” a una cantilena per bambini, a giungere in un motel isolato dal resto del paese. A modo loro sono legati uno all’altro, così come il loro destino. C’è una coppia con figlio che subisce un incidente, l’autista della macchina che li colpisce e li soccorre, una prostituta di alto livello e un’attrice ormai in fase calante. Varia umanità identificabile solo da un documento lasciato al concierge del motel, senza un passato e forse senza un futuro. Perché in fondo è una versione bella violenta, a tratti slasher anche per l’ironia con cui si susseguono le morti di un personaggio dopo l’altro.

La strada che conduce al motel è isolata ai due lati e un misterioso killer comincia a fare il suo mestiere, guai a chi si allontana un attimo dal resto del gruppo. In parallelo con il loro racconto, il film segue l’ultima udienza d’urgenza con imputato un assassino seriale, un vero psicopatico dalle tante personalità differenti, portato davanti al giudice incaricato di dare esecuzione alla sua condanna a morte, prevista appena poche ore dopo. La speranza è quella di poterlo far riconoscere all’ultimo minuto non sano di mente, evitando la pena capitale.

Entertainment nel senso più spensierato e nobile, un intrattenimento piacevole dal ritmo frenetico, ma che si prende anche le giuste pause per dosare al meglio la suspense. James Mangold, qui alle prese con una sceneggiatura di Michael Cooney, dimostra la poliedricità del suo sguardo, capace di passare dal poliziesco al dramma carcerario alla commedia romantica senza colpo ferire. Per un regista lavorare con archetipi così antichi e pochi elementi, senza fronzoli, è sempre un esercizio interessante, che Mangold dimostra di poter portare a casa con professionalità. 

Identity è, insomma, un piccolo film senza particolari ambizioni, ma neanche svarioni, che in un’ora e mezza si contenta di lavorare su un canovaccio sempre efficace con poche variazioni sul tema.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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