I Want to Be a Soldier - la recensione del film prodotto da Valeria Marini

13 ottobre 2011
1.5 di 5

Arriva nelle sale il I Want to Be a Soldier, primo film coprodotto da Valeria Marini, vincitore allo scorso festival del film di Roma del Marc'Aurelio per la sezione Alice nelle città.

I Want to Be a Soldier - la recensione del film prodotto da Valeria Marini

I Want to Be a Soldier - la recensione

Personalmente mi trovo sempre in imbarazzo quando devo parlare di un film che si propone, come scopo principale della sua esistenza, di trasmettere un messaggio, preferibilmente il più semplice e didascalico possibile, per arrivare al pubblico di riferimento e impartirgli una lezione. I film "di denuncia" nascono appunto dall'intento di gettare luce su un fenomeno, ma, non essendo documentari, sono costretti a imbastire complicate architetture dell'immaginario che supportino il peso delle loro buone intenzioni. I Want to Be a Soldier non fa eccezione a questa regola, anche se parte da un dato di fatto: l'aumento dei fenomeni di bullismo e delinquenza giovanile, dovuto (in parte) al precoce avvicinamento dei bambini della società occidentale a immagini di guerre, omicidi, torture, trasmesse spesso in fascia protetta nei tg, sempre disponibili su internet, e banalizzate da alcuni videogiochi.

Ovviamente non basta un'esposizione massiccia a questo tipo di stimoli visivi per creare dei serial killer, come una cura Ludovico al contrario, ma in alcuni casi, complice la distrazione della famiglia e il poco tempo riservato dagli adulti all'educazione dei ragazzi, può essere sufficiente per creare personalità devianti. Tutto questo il film ce lo dimostra con un teorema elementare in cui due più due fa sempre quattro, ma il regista Christian Molina e la sceneggiatrice Cuca Canals, non paghi di raccontare l'evoluzione del protagonista Alex da normalissimo e pacifico preadolescente a drogato di rabbia e violenza, emulo del suo omonimo di Arancia meccanica, affidano al preside interpretato da Danny Glover (portavoce dell'Unicef, che assieme al Moige ha sponsorizzato il film) e allo psicologo di Robert Englund, il compito di spiegare, perfino sui titoli di coda, quello che abbiamo appena visto.

Ecco, un film per sua natura non ha necessità di affidarsi a spiegazioni e sottolineature per far passare un messaggio: può farlo raccontando una storia. Per questo ha a disposizione immagini, suoni e attori per metterla in scena, e può usare la musica, la fotografia e la sua capacità privilegiata di suscitare sentimenti ed emozioni. Quando invece per farlo ha bisogno di sovrapporre la parola all'immagine, usurpa a parer nostro un ruolo che non gli compete, e che spetta semmai al documentario. Però - si potrebbe obiettare - ai ragazzi della giuria che l'hanno premiato, il film è piaciuto. E' evidente che hanno reagito d'istinto a un tema che va a toccare un nervo scoperto della nostra società: la saturazione di immagini di morte che riguarda tutto il pubblico dei media, vittima della pigrizia di chi fa cattiva informazione, e che - per raccontare le tragedie del nostro mondo – ricorre al facile espediente di sbatterci in faccia una realtà cruenta che finisce per dare assuefazione e banalizzare il dolore. In tal senso una bella intuizione nel film c'è: quando il personaggio di Robert Englund personalizza il dolore per Alex, mettendolo di fronte alle lacrime e alla sofferenza reale e concreta che ha causato alla madre. Altrimenti, come accade agli psicopatici, ignorare l'identità delle vittime ci rende impermeabili al loro strazio.

Tra i pregi del film c'è l'interpretazione del giovane protagonista Fergus Riordan, che rivedremo al fianco di Nicolas Cage in Ghost Rider 2 ed è all'inizio di una promettente carriera, e la convincente prova di Ben Temple nel duplice ruolo dell'angelo e del diavolo, i due alter ego immaginari che rappresentano il mondo interiore di Alex. Per il resto, ci sembra che il percorso del film previsto e auspicato dai suoi realizzatori sia prevalentemente quello del circuito didattico e dei convegni specializzati, e non dubitiamo che in questo ambito sia in grado di offrire lo spunto per accesi dibattiti sull'argomento. Come ha ribadito il regista a una nostra domanda in merito, in questo caso "l messaggio è più importante del film". E pazienza se finisce per schiacciarlo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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