I Vichinghi - la recensione del film d'avventura con Ryan Kwanten

20 novembre 2014
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Onesta e modesta serie B senza velleità autoriali.

I Vichinghi - la recensione del film d'avventura con Ryan Kwanten

La fascinazione per i vichinghi, popolo rude e guerriero, ma con una reputazione peggiore di quel che corrisponde al vero, è qualcosa che riguarda molte persone, da generazioni, in tutto il mondo. Sarà per il look, per l'atteggiamento stoico, per la fascinazione per la loro mitologia e il loro pantheon, per lo spirito d'esplorazione e di conquista.
Non è quindi un caso che la storia del cinema non conti molti film – che so – sui visigoti, e ma ne registri invece molti sui vichinghi, secondi forse solo a quelli sull'antica Roma e i romani.

I Vichinghi diretto dallo svizzero Claudio Fäh è quindi solo il più recente di una lunga serie di titoli che hanno raccontato le gesta, meglio se brutali e sanguinarie, di questo ruvido popolo norreno. Inutile andare troppo indietro nel tempo, e scomodare classici come l'omonimo film di Richard Fleischer del 1958, o Gli invasori di Mario Bava del 1961, che quello di Fäh è un film tutto contemporaneo, dove i riferimenti, laddove esistono, sono quelli della serie tv Vikings più che Trono di spade, e la saga fantasy del Signore degli Anelli più che Il 13° guerriero (anche se...) o magari la rivisitazione onirica e rarefatta di Valhalla Rising.

Basato su un canovaccio essenzialissimo, e tutto mirato a costellare i 98 minuti di durata del più altro numero di combattimenti all'arma bianca o corpo a corpo possibile (tanto che perfino un'ovvia storia d'amore è sempre relegata ai margini della storia e coronata da una casta inquadratura finale), I Vichinghi racconta di personaggi fieramente stereotipati: dal manipolo di normanni guidati da un leader giovane e buono che ha a che fare con fidi bracci destri, aspri ma tutto sommato fedeli contestatori, eroici forzuti e giovani virgulti, al “misterioso” monaco guerriero che ha il volto tutto improbabile di Ryan Kwanten (il Jason di True Blood) passando per gl'immancabili sadici sgherri del re cattivo di turno: due fratelli che hanno uno il volto di un Kurgan un pelo meno antiestetico, l'altro quello di un ragioniere del catasto francese.

Inutile cercare significative linee di dialogo tra un combattimento e l'altro, anche perché i raccordi sono quasi tutti quelli di derivazione jacksoniana, con l'elicottero che riprende dall'alto il manipolo di eroi in cammino tra highlands e brughiere (“doppiate” dal Sud Africa nei pressi del Capo di Buona Speranza) con morbido movimento di avvolgimento circolare. Il resto sono bicipiti e spade, capelli lunghi e fango, barbe e sangue, scontri e urla, coreografati e filmati con tutta la dignità di un b-movie che non si dà mai l'aria di essere quello che non è.

Perché Fäh è un Uwe Boll con più senso del ridicolo e del limite e i piedi più saldi per terra: e de I Vichinghi fa un film magari esile e sciocchino, a tratti un po' ridicolo, ma che si rispetta per la modestia d'intenti e per il semplice, magari banale intrattenimento che riesce a fornire (seppur forse in veste di guilty pleausre per gli appassinati di vichinghi) e che ha come suo unico scopo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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