I primi della lista - la recensione del film con Claudio Santamaria

09 novembre 2011
2.5 di 5

I primi della lista è una commedia agrodolce e toscanamente scanzonata da un lato, un film che mira a essere spaccato socio-politico di un ieri che assomiglia tanto all’oggi dall’altro.

I primi della lista - la recensione del film con Claudio Santamaria

I primi della lista - la recensione

Prende le mosse da una storia realmente accaduta e la trasporta sul grande schermo, cercando, come insegnava Zavattini, di far sembrare la realtà un film: I primi della lista è una commedia agrodolce e toscanamente scanzonata da un lato, un film che mira a essere spaccato socio-politico di un ieri che assomiglia tanto all’oggi dall’altro.
La strampalata odissea dei tre protagonisti del film ricalca infatti in maniera fedele quella dei loro tre corrispettivi reali, sia nelle dinamiche che nei risvolti meno immediati. E Roan Johnson, che a dispetto del nome è pisano nella parlata e nei modi, è smaliziato a sufficienza per individuare e riproporre, vestiti di un nuovo assai vintage, gli elementi salienti dell’uno e dell’altro aspetto.
Un po’ Armata Bracaleone, un po’ Soliti ignoti, ecco allora che la paranoica avventura on the road del Tulli, del Gismondi e del Masi viene raccontata con una filologia estetica mai esasperata ma che passa anche da una fotografia virata all’ocra che fa tanto super8, con affetto e sarcasmo, e soprattutto con l’azzeccata intuizione di fare dei tre giovani il (bari)centro umano di un film che la politica la mette apparentemente solo sullo sfondo.

Un po’ incerto e statico per quanto riguarda i ritmi della regia, ma bravo nel complesso a tenere botta raccontando una storia dall’esito più che noto, Johnson ha trovato nei suoi tre protagonisti e nel loro affiatamento il valore aggiunto per sostenere il copione. Se gli esordienti Francesco Turbanti e Paolo Cioni (noi abbiamo preferito il secondo) colpiscono per spontaneità e simpatia, Claudio Santamaria mette la giusta dose di costruzione al personaggio più strutturato e complesso del film, quello del cantautore Pino Masi: motore delle vicende e cuore pulsante dei lati più sfumati e ideologici.
È il Masi, infatti, quello che per via di una soffiata sbagliata convinse gli altri due alla fuga da Pisa, nel timore di essere, loro giovani intellettuali e artisti, i “primi della lista” della repressione violenta e fascista che si sarebbe dovuta scatenare all’indomani di un colpo di stato imminente.
È il personaggio di Santamaria quello che incarna la contraddizione tra castroneria paranoide e un po' megalomane e consapevolezza reale dell’essere all’alba degli Anni di Piombo e della Strategia della Tensione. La contraddizione generazionale che getta luci e qualche ombra su tutto il film di Johnson.

Perché I primi della lista, in una tirata iniziale di uno studente in assemblea sui metodi della Grecia dei Colonnelli (“hanno iniziato col dire che magistratura e stampa eran tutti in mano alla sinistra”) e in quella finale dello stesso Masi (premonitrice, ma col senno di poi), non nega ma anzi sottolinea i legami ai tempi che stiamo vivendo.
Allora stupisce però, proprio per i tempi che stiamo vivendo e per l’età anagrafica e la formazione politica del regista, che nella sua parte iniziale I primi della lista sembri farsi beffe (in maniera vagamente acida e a scopi “spettacolari”) delle paure dei suoi protagonisti; e che nella seconda svolti bruscamente mostrando come quella “colossale cazzata”, se avvenuta qualche mese dopo, sarebbe stata assai più giustificata. Ma col senno di poi, appunto.
Troppo facile, ci sembra, legare l’oggi a quel periodo storico tanto controverso e tanto fascinoso, senza però porsi il problema di analizzare realmente i punti di contatto socio-politici che vengono tirati in ballo solo quando fa comodo. Per ridere o per pensare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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