I predatori: recensione dell'opera prima di Pietro Castellitto presentata a Venezia 2020

12 settembre 2020
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I predatori è il primo film da regista di Pietro Castellitto, una commedia acida e dirompente che spiazza e regala un ritratto al vetriolo delle generazioni a confronto.

I predatori: recensione dell'opera prima di Pietro Castellitto presentata a Venezia 2020

Quello de I predatori è un mondo in cui niente è come sembra e tutti recitano una parte, le generazioni non comunicano e soprattutto nessuno ascolta, ma tutti alzano la voce. Per il suo esordio alla regia, Pietro Castellitto, non ancora trentenne, ripropone anche dietro alla macchina da presa una caratteristica, e una dote, molto particolare che ci sembra abbia come interprete: non sai mai cosa starà per dire, è imprevedibile e spiazzante. Succede anche alla sua storia scritta già alcuni anni fa, in cui se la prende con le tante ipocrisie di un mondo borghese e intellettuale, non troppo dissimile da quello in cui è cresciuto grazie ai genitori, mantenendo invece una certa benevolenza, pur nelle azioni terribili e a tratti grottesche che compiono, nei confronti dei personaggi che mette a confronto con quelli delle seconde case in campagna: i popolani, dai commerci non sempre legali e una certa dimestichezza con le armi da fuoco.

Sono due famiglie alla fine a confrontarsi e scontrarsi, anche se sembrano varie solitudini e solo dopo un po’ di tempo si individua la dicotomia, il contrasto tipico fra formazioni culturali e classi sociali: i Pavone (nomen open) borghesi intellettuali e i Vismara, proletari e di estrema destra. Due mondi che vengono messi in comunicazione, loro malgrado, proprio dal personaggio interpretato da Castellitto, Federico Pavone, giovane assistente universitario di filosofia in eterno servizio al suo barone di riferimento, studioso e ossessionato dalla figura di Nietzsche, ma anche da gesti eclatanti che lo avvicinano al suo pensiero. Un tragicomico sviluppo lo porterà a venire escluso dalla riesumazione del cadavere del filosofo, di cui si occuperà il suo professore, senza che lui si arrenda veramente.

Un tono fra il surreale e il grottesco, un’ironia mai doma e sempre pronta a colpire in pieno uno dei personaggi, meglio se i perbenisti borghesi, come dimostra in particolare una scena molto divertente e davvero spiazzante. Dove, se non a tavola, in una cena di famiglia in un ristorante, con tanto di un messa in rima e a ritmo di rap delle idiosincrasie dei presenti di ogni generazione di Pavone da parte della sorella di Federico.

Il motore dell’azione è un atto subito, un vero torto contro uno dei membri dei clan, il battito d’ali che seminerà reazioni indirette o meno a catena, spostando l’asse naturale di quiete dei Pavone e dei Vismara verso una specie di resa dei conti, sullo sfondo di una Roma allucinata e inconsueta. Una gara fra predatori e prede, in cui non è ben chiaro chi sia chi, se non che la ruota gira e mai come in questa commedia acida e corrosiva può portare a risultati imprevisti. Pietro Castellitto sembra condividere con i quasi coetanei fratelli D’Innocenzo un certo gusto per la collisione di universi spaesati, oltre a una vicinanza alle prede che si credono predatori. In entrambi i casi sono promettenti germi di un cinema che se ne frega di steccati e grammatiche, vitale e sempre in cerca.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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