I, Frankenstein - la recensione del film con Aaron Eckhart

23 gennaio 2014

Molto diversa dai precedenti adattamenti, questa versione non lascia intravedere niente di nuovo nel genere gothic action

I, Frankenstein - la recensione del film con Aaron Eckhart

La paura del diverso. Di questo trattava in fin dei conti il romanzo scritto da Mary Shelley nel 1816, chiamando in causa anche la diffidenza del progresso tecnologico e scientifico. Il Dottor Frankenstein crea la vita in laboratorio con elettricità e pezzi di cadaveri cuciti insieme, un azzardo troppo “divino” che finisce per seminare terrore e morte. Fascino gotico e temi universali ne hanno fatto un classico della letteratura, adattato per teatro, cinema e TV un’infinità di volte.

Nel film di Stuart Beattie, il libro dell’autrice inglese è soltanto il prologo della storia. I, Frankenstein è la versione della graphic novel di Kevin Grevioux che porta “la creatura” fino ai giorni nostri, in un mondo in cui una feroce guerra tra demoni e gargoyle si combatte all’oscuro degli esseri umani. Dopo due secoli di vagabondaggio, il mostro di Frankenstein è sempre confuso riguardo al senso della vita. Non in generale, ma della propria. Creato, temuto, detestato e dal padre ripudiato, il mostro fa i conti con una coscienza intermittente e quando scopre di rappresentare il pezzo mancante di un mosaico più grande di sé, comincia a comprendere quale sia il suo destino. Ribattezzato ovviamente Adam(o) dalla scienziata bionda e bella che potrebbe risvegliare in lui anche istinti inaspettati, il mostro difende se stesso dai maligni demoni e dagli ambigui gargoyle.

Nonostante il film non riesca a rendersi indispensabile nella pletora di adattamenti del romanzo, l’originalità della confezione ne fa comunque una versione diversa dagli altri Frankenstein, a cominciare da un protagonista che non ti aspetti. Aaron Eckhart tutto sommato funziona in questa interpretazione meno spaventosa del mostro. Rispetto ad altri film del genere gothic action non c’è niente di nuovo né all’orizzonte, né a riva. Discreta grafica nella creazione al computer di un’anonima città europea e sequenze d’azione già viste, non fanno della visione un’esperienza memorabile. Ed è un peccato che la sceneggiatura tocchi appena superficialmente le questioni etiche del romanzo, lasciando così non solo “la creatura” ma anche il film privo di anima.







  • Giornalista cinematografico
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