I Dannati: la recensione del film di Roberto Minervini

16 maggio 2024
2.5 di 5

Il West, la frontiera, un plotone in volontari: Minervini prova a fare la sua Sottile linea rossa, ma l'operazione non è di gran successo (il fascino delle immagini, quello, rimane). La recensione di I Dannati di Federico Gironi.

I Dannati: la recensione del film di Roberto Minervini

Un branco di lupi attorno alla carcassa di un cervo, morsi che strappano via brandelli di carne. Si apre così I Dannati, primo film di finzione (ma girato come un doc) di Roberto Minervini (che girava i doc come la finzione).
Western a modo suo, riflessione filosofica sulla guerra che vorrebbe essere un po’ La sottile linea rossa, e che invece è una traccia nella neve che finisce, purtroppo, nel nulla.

Guerra di Secessione americana, 1962, una compagnia di soldati nordisti - tutti volontari - viene spedita a esplorare, pattugliare, sorvegliare le regioni inesplorate del grande nord-ovest americano. La Frontiera del West. Boschi, montagne, praterie, ruscelli. Forse, da qualche parte, l’oro. Di sicuro bufali, cavalli selvaggi, un nemico misterioso, invisibile.
Sembra quasi un deserto dei tartari, coi militari in attesa, tra carte e whisky, perlustrazioni e turni di sentinella, poi questi avversari senza volto ma con colt e winchester si fanno sentire. Attaccano, sparano.
Poi svaniscono.
I soldati sono sempre meno, si conoscono sempre meglio. Si confessano i loro pensieri, il loro passato, le loro paure. Alcuni hanno il conforto della fede, altri credono solo nella loro pistola, altri ancora in niente, forse nemmeno in loro stessi. Non resta altro che dividersi, continuare a esplorare, alla ricerca di qualcosa: una via d’uscita, forse.

Minervini, lo sappiamo, ha uno straordinario istinto per l’immagine, e I dannati lo conferma, anche nell’insistenza nell’uso di lenti che sfocano costantemente le zone laterali dell’inquadratura. Sa sempre cosa riprendere, come, quando. Per questa storia, è tornato alla famiglia Carson raccontata in Stop the Pounding Heart, alla loro ossessione religiosa.
Più che delle cose sarebbe lecito e logico aspettarsi da gente di estrazione socio-culturale bassa come quei soldati sullo schermo, i personaggi di questo film filosofeggiano sempre sul fede, guerra, umanità: qualcosa stona. Che Minervini abbia voluto raccontare l’assurdo tentativo di dare senso a ciò che un senso non ce l’ha (la guerra, la violenza, quella missione) è chiaro e lecito. Se sia riuscito lui stesso a dare un senso a questa ricerca, a questo film, è meno chiaro.

Come i personaggi che racconta, noi che ci troviamo davanti a I dannati ci chiediamo cosa stia succedendo, perché non succede nulla, quale sia lo scopo del nostro essere spettatori, della storia che ci viene raccontata.
Minervini ci conduce in un labirinto di riflessioni anche affascinanti, ma non trova né una via d’uscita né un percorso. Gira a vuoto, si riduce a loop.
Alla fine, siamo come all’inizio: smarriti, senza direzione. In balia della natura. Non basta, non al cinema.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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