I bambini sanno: recensione del documentario di Walter Veltroni

22 aprile 2015
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Benvenuti nell'universo dei piccoli, lucidi come i grandi ma ancora capaci di sognare

I bambini sanno: recensione del documentario di Walter Veltroni

Cosa hanno in comune Quando c'era Berlinguer e I bambini sanno oltre alla regia di Walter Veltroni e il genere di appartenenza?
Entrambi sono la testimonianza di una grandezza: nel primo caso passata e quindi da custodire nella memoria insieme a una preziosa lezione politica, nel secondo presente e magari futura, espressione di uno sguardo sulla realtà lucido e consapevole, ma ancora incantato e non contaminato da individualismo e cinismo, prerogative dell'età adulta.

Per la sua seconda regia, Veltroni chiude il maestoso portone della grande storia italiana per aprire la porta di oltre trenta camerette, dove l'immaginazione di ragazzini italiani, filippini, colombiani o rom corre libera verso un domani che sarà certamente migliore, a dispetto della bicicletta tanto desiderata che non arriverà mai o di mamma e papà che non stanno più insieme.
In questi pochi metri quadri popolati da manifesti e foto, o pupazzi di Peppa Pig, entriamo facilmente anche noi e, sedotti da intelligenze vivaci e da una proprietà di linguaggio che mai avremmo sospettato in un pugno di bambini di età compresa fra i nove e i tredici anni, ci rendiamo conto di quanto sia vera quella frase del "Piccolo principe" con cui l'ex segretario del PD ha scelto di aprire il suo docufilm: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta".

Ma cos'è che questo gruppo di uomini e donne in miniatura capisce meglio di noi, noi genitori distratti o noi che i figli non li abbiamo potuti o voluti fare?
Rispondendo a domande sull'amore, sulle religioni, sulla crisi e sull'omosessualità, Patrizio, Diego, Marcus, Kevin & Co. impartiscono una magnifica lezione di tolleranza, generosità e apertura mentale che tutti dovrebbero tenere ben presente, a cominciare dai nostri illuminati ministri.
E tuttavia I bambini sanno non è un film solamente politico: a noi piace considerarlo piuttosto racconto intimo, l'istantanea di una fase della vita (la preadolescenza) in cui si comincia dolorosamente a cambiare, in cui si è qualcosa ma non si è ancora interi. Certo, fra un passo della "Divina Commedia" imparato a memoria e la nostalgia di un padre appena perso, emergono con chiarezza un invito e una constatazione che hanno un importante valore morale. Il primo è un consiglio, rivolto ai grandi, a non guastare e a non deludere i bambini, a non aprire nelle loro anime ferite destinate a non rimarginarsi mai.
La seconda ha a che fare con l'incapacità contemporanea di calarsi nei panni degli altri, di mettersi in ascolto. Abbiamo perso l'empatia – dice Veltroni – e, galleggiando pigramente in uno stagno di indifferenza, non sentiamo sulla nostra pelle il disagio di chi è meno fortunato di noi, di chi muore per mare o di chi non può ricevere un computer come regalo di Natale.

Ora, se il messaggio de I bambini sanno è chiaro e puntuale, a mancare è talvolta un'idea precisa di regia. Collocando all'inizio film un montato di celebri scene di bambini che corrono, W.V. un poco rivela di saperlo e, ammettendo implicitamete di non essere come Truffaut e De Sica, quasi chiede scusa. Ecco perchè ci sembrano esagerati e fuori strada quanti hanno giudicato l'operazione I bambini sanno superba e fastidiosamente ambiziosa. Non è nemmeno furba e intrisa di buonismo, perchè Veltroni dimostra coraggio e sensibilità quando fa ammettere a un bambino rom che i suoi compagni di classe lo attaccano nei bagni della scuola. Dimostra anche ottime capacità giornalistiche, perchè è con umiltà e curiosità che un intervistatore deve rivolgere le domande all'intervistato, invece di sfoggiare tutto il proprio sapere.

Ma il mestiere di giornalista è diverso da quello del regista. Un regista più consumato, forse, non avrebbe scelto di procedere prima per temi e poi per soggetti da raccontare, rischiando di tornare a strade già percorse.
D'accordo, la realtà filmata è meravigliosa, ma un filmmaker deve dare un'impronta forte alle sue opere, che che poi è la sua impronta, il filtro della sua visione artistica che si esprime attraverso un linguaggio fatto di immagini montate.
Ci piace pensare che la grande via del cinema Walter Veltroni la troverà, perchè da uomo che cerca domande è già più vicino di molti altri alle risposte.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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