Horizon: An American Saga - Capitolo 1: recensione del nuovo western di Kevin Costner presentato a Cannes

20 maggio 2024
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Fuori concorso al festival, la prima parte dell'epopea western diretta e interpretata dall'americano, che si è fatto un regalo (da 50 milioni di dollari) e l'ha fatto a tutti noi amanti del cinema. La recensione di Horizon: An American Saga - Capitolo 1.

Horizon: An American Saga - Capitolo 1: recensione del nuovo western di Kevin Costner presentato a Cannes

Partiamo dal dato più evidente, parliamo della durata.
Perché ci si lamenta di continuo, a ragione, di un cinema contemporaneo che sbrodola nel minutaggio, che impone allo spettatore investimenti di tempo monstre, e nella stragrande maggioranza dei casi - anzi, quasi sempre - in maniera del tutto gratuita e ingiustificata. Colpa un po’ del digitale, un po’ della sparizione della figura del produttore, forse, ma il punto non è questo. Il punto è che il Capitolo 1 di Horizon: An American Saga dura tre ore, e il Capitolo 2 ne durerà con tutta probabilità altrettante (e arriveranno anche il 3 e il 4, annunciati). Eppure non solo questa durata non si sente, non pesa, ma addirittura è giusta, misurata, funzionale.

Perché Kevin Costner - che come Coppola ci ha messo del suo, 50 milioni, per girare questi film - ha tante cose da raccontare, e ancora di più le racconta con il ritmo disteso (ma non dilatato) che è quello giusto per il western, per questo progetto di scala epica. Nonché il perfetto antidoto alla frenesia imperante che affligge i nostri tempi, al cinema e non. Anche per questo, e non solo per questo, non ha senso l’obiezione di chi ha detto, dirà, potrà dire: “Perché non farne una serie?”.
Prendersi il tempo necessario per il racconto, in Horizon, significa anche dare peso e importanza ai gesti, alle parole, alle espressioni. Significa la possibilità di costruire una suspense da un lato e un romanticismo dall’altro. Le fondamenta di un racconto di cui questa è solo una prima fase, che si svilupperà lungo un tempo di quindici anni (come Furiosa di George Miller…), un tempo che come nel caso del film dell’australiano è quello necessario alla costruzione di un’epica, che pure già qui inizia a sentirsi.

Il primo capitolo di Horizon parte raccontando il tentativo di alcuni coloni di fondare una cittadina (la Horizon del titolo, appunto), in una valle dell’Arizona lungo il fiume San Pedro, frustrato (per due volte, con violenza crescente) dall’attacco degli Apache che non vedono di buon occhio l’arrivo dei bianchi nelle loro terre. È lì che incontriamo il personaggio di Sienna Miller, destinata a diventare una delle protagoniste del film. Poi l’azione si sposta in una sperduta cittadina del Wyoming, dove dopo più di un’ora di film compare per la prima volta il Costner attore, nei panni di un cowboy silenzioso di nome Hayes Ellison, costretto a uccidere un uomo suo malgrado e a fuggire via con una giovane donna e un bambino per nascondersi dalla famiglia della vittima. Il terzo filone narrativo, che come i primi due si intreccia di continuo con gli altri, racconta una carovana che attraversa il paese, con l’obiettivo di insediarsi proprio a Horizon, pubblicizzata da un volantino come una Terra Promessa.

Frontiera, canyon, pionieri, indiani, fuorilegge, cowboy, cavalli, bandwagon, montagne, paesaggi spettacolari, personaggi esemplari: Kevin Costner ha messo tocchi e rimandi appartenenti a tutta la storia del western dentro il suo Horizon. Il western più classico, col fantasma di John Ford che aleggia sul film (anche solo per un titolo che richiama alla memoria il finale di The Fablemans, quello in cui Sammy incontra il Ford interpretato da Lynch), ma anche quello più moderno, revisionista.
Il western di Horizon, però, è puro western costneriano, quel western americano che ha contribuito a plasmare e rifondare come attore prima (Wyatt Earp) e come regista poi (Balla coi lupi e ancor più con Open Range).
Per gli appassionati del genere, e quindi per gli appassionati di cinema in generale, Horizon è puro piacere cinematografico.

A Costner sta evidentemente a cuore un disegno complessivo che si percepisce già politico, il racconto - ennesimo ma mai inutile - della nascita di una nazione. Della dialettica tra movimento costante e stanzialità, tra coloni e nativi: e allora non si può non pensare a quanto sta succedendo oggi in Medio Oriente, e non si può non apprezzare l’equilibrio che Costner dimostra nel racconto di ciò che è stato, in qualche modo specchio di quel che accade oggi.
E però, come sempre in Costner, come sempre nel western, il disegno complessivo, le dinamiche ampie, perfino le eventuali metafore, non sono mai prevalenti sulla caratterizzazione dei personaggi, degli individui, delle singole storie e delle singole psicologie. Anche perché, oltre che sul resto, è sull’individualismo che nascono gli Stati Uniti.

Massimo esegeta contemporaneo di un genere ritenuto immortale, forse l’ultimo dei nostri tempi, Kevin Costner si è fatto un regalo da 50 milioni di dollari, un regalo carico di nostalgia per quel mondo ma anche della determinazione a tenerlo vivo, almeno sul grande schermo. Si è fatto un regalo e lo ha fatto a tutti noi. Noi che amiamo il cinema e il west, e che almeno una volta nella vita abbiamo sognato di cavalcare silenziosi verso l’orizzonte.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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