Hitchcock/Truffaut, la recensione del documentario sull'incontro tra due grandi del cinema

20 ottobre 2015
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Kent Jones racconta l'intervista e il libro di cinema più famosi di tutti i tempi.

Hitchcock/Truffaut, la recensione del documentario sull'incontro tra due grandi del cinema

S'intitolerà pure Hitchcock/Truffaut, parlerà anche del libro più famoso (e per certi versi più importante) della storia della letteratura cinematografica pubblicato nel 1966, basato sugli otto giorni d'intervista che, quattro anni prima, il maestro del brivido inglese accordò all'assai più giovane collega francese. Però, con l'esclusione dell'inserimento di alcune clip sonore e di alcune foto di quell'intervista, e a parte qualche sporadico accenno al cinema di Truffaut, quello di Kent Jones è tutto sommato un documentario tutto concentrato sulla celebrazione dell'arte del vecchio Hitch.
E va bene lo stesso, perché non se ne avrebbe mai abbastanza, e ancor di più se a parlare di lui sono autori di oggi come David Fincher, James Gray, Olivier Assayas, Martin Scorsese.

Per i semplici spettatori, Hitchcock/Truffaut è l'occasione per scoprire, riscorpire o conoscere meglio il cinema di Hitch, comprenderlo meglio, e godersi qualche gustoso restroscena che emerge dall'intervista col regista de I 400 colpi.
Per i cinefili, una sorta di soft-core intellettuale, che eccita, evoca, titilla, ammicca e fa sentire tanto intelligenti, intelligentissimi, quando si ridacchia soddisfatti per qualche battuta di Hitch (un favoloso one-liner, bisogna ammetterlo: basterebbero “Logic is dull”, o “All actors are cattle"), o si annuisce pensosi davanti alle limpide analisi colte e immediate di un Assayas, o si fa gomitino al vicino per dire “io questo lo sapevo già, il libro l'ho letto e riletto.”

Funzioni basilari, necessarie e sufficienti per un film che si pone obiettivi tanto condivisibili e universali, che regala la possibilità di sentir parlare di un grandissimo per bocca di altri grandissimi. A queste, però, se ne potrebbero aggiungere delle altre, sia che di mestiere si faccia i critici, come chi scrive, sia che semplicemente si voglia ragionare sul cinema di oggi (e quindi anche di ieri) con un briciolo di originalità.

L'importanza storica del libro-intervista di Truffaut, infatti, non sta solo nel suo contenuto intrinseco; assieme al lavoro svolto dal francese e dagli altri critici dei Cahiers du Cinéma di quegli anni, come noto, il libro fu fondamentale per ribaltare l'immagine pubblica di Hitchcock, mostrandolo agli occhi del pubblico non solo come un intrattenitore hollywoodiano, ma anche come l'artista che era.
Se la dicotomia tra arte e industria ha ossessionato Hitch fino alla fine della sua attività, e se ora è più intensa e sentita che mai, con divaricazioni estreme da un lato e dall'altro, viene da chiedersi se e come la critica di oggi stia correndo il rischio di sottovalutare qualcuno, e chi nel mondo della critica odierna possa avere spessore e influenza tali da ribaltare questo giudizio.

Colpisce poi, oltre a un dialogo fra autori che forse oggi non esiste più, una frase di David Fincher, pronunciata riguardo La donna che visse due volte, che al botteghino non fu esattamente un successo: ottimisticamente, Fincher parla di un mondo produttivo e giornalistico che decreta successo o insuccesso di un film sulla base dei suoi primi tre mesi di vita. Spesso, purtroppo, non si tratta di tre mesi, ma di tre giorni (la cosiddetta “dittatura del primo weekend”), e ancora più spesso l'ansia di un risultato commerciale immediato porta alla morte prematura di opere che hanno un valore artistico (e/o di entertainment, certo) decisamente superiore al risultato al box office.

Hitchcock lamentava il dubbio di non aver sperimentato abbastanza, di non aver osato di più, ma forse è stato meglio così: siamo noi (noi critici, noi spettatori) che forse dovremmo osare di più e rompere la rigidità dei nostri sche(r)mi mentali, delle nostre geografie, delle nostre abitudini. Abbracciare le nostre ossessioni e i nostri feticci.
Per farlo, ci sono tanti modi, senza dubbio: uno di questi è riabbracciare il valore del cinema di un grande come Hitchcock, o come Truffaut.
Con la visione di questo documentario, o con qualche dvd sul divano di casa.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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