Hatching - La forma del male : la recensione del film horror di Hanna Bergholm

06 ottobre 2022
3 di 5

Un film piccolo ma ambizioso, che mette assieme il tagliente cinismo di Lanthimos e certe corporalità cronenberghiane. Presentato al Sundance, Hatching - La forma del male arriva nei cinema italiani il 6 ottobre: ecco la recensione di Federico Gironi.

Hatching - La forma del male : la recensione del film horror di Hanna Bergholm

Più che un horror vero e proprio, Hatching è una fiaba. Nerissima. Una fiaba nerissima la cui morale, e la cui metafora, sono tanto chiare quanto esplicite. Una fiaba che passa da momenti vagamente disturbanti ad altri volutamente grotteschi, che flirtano senza timore con il ridicolo paradossale, senza mai perdere l’equilibrio.
Una fiaba che, con altrettanta ambizione, mira a rielaborare e mettere insieme il tono algido e affilato di Yorgos Lanthimos con certe corporalità cronenberghiane, se vogliamo.

Si parte in una suburbia finlandese ansiogena nella sua perfezione, come ansiogena nella sua ostentata (e falsa) perfezione è la famiglia che la regista Hanna Bergholm ci porta a conoscere. Una mamma ossessionata dalla messa in scena della sua vita perfetta, del suo accomodante marito, e dei due figli: un maschio che non considera, e una femmina che vuole plasmare a sua immagine e somiglianza, a partire dalla competività esasperata, e dalla voglia di primeggiare.
Questo soffocante quadretto familiare viene immediatamente turbato dall’irrompere, letterale, del perturbante, sotto forma di corvo nero che frantuma cristalli e sconvolge gli interni da bomboniera della casa. La figlia, Tinja, trova il modo di catturare l’uccello, ma sarà la Madre a compiere un gesto estremo che è la prima vera crepa nell’idillio che lei stessa insiste a rappresentare.
Perché da quel un corvo morto, ucciso dalla Madre, nascerà un uovo, raccolto e covato da Tinja, e da quell’uovo nascerà qualcosa. Qualcosa che si rivelerà essere quello che la Madre ha fatto nascere nella figlia.

La progressione è lenta ma implacabile, le svolte necessarie, le rivelazioni strutturali.
Quella che Hanna Bergholm racconta è una fiaba realissima, che ben conosciamo, e che parla di quel che accade dentro di noi a causa dei traumi imposti dalla famiglia, della sofferenza psicologica che genera mostri.
Tinja è vissuta in un’illusione di perfezione assurda e inesistente, e quando la realtà delle cose, con le sue spiacevolezze e i suoi lati oscuri, inizia a rivelarsi a lei, i mutamenti saranno inevitabili. Costretta a mantenere uno standard impossibile anche quando questo era per lei motivo di sofferenza, Tinja vedrà crescere nella Creatura la sua opposizione, la sua ribellione, il suo doppelganger ferino e istintuale.

Racconto di formazione, quindi, oltre che fiaba. Con tanto di accenno indiretto alla maturazione fisica, al primo ciclo mestruale: lo sguardo del film è chiaramente femminile, i personaggi maschili sono accessori, in tutti i sensi.
Bergholm fa le cose a modo, gira bene, tiene il racconto entro l’aurea durata dei novanta minuti, dice quello che deve dire senza insistere troppo e concedendosi cambi di registro che fanno bene al racconto, e pure a noi che guardiamo. Compresa, che di questi tempi non fa mai male, una laterale satira sui social e sulle mutazioni (quelle sì, terrificanti) che stanno compiendo sulla nostra psiche e la nostra società.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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