Happy Family - la recensione del nuovo film di Salvatores

25 marzo 2010
3.5 di 5

Cinefilo, citazionista, pirandelliano, divertito, insolito, colorato, coraggioso, nostalgico e scanzonato. Il nuovo film di Gabriele Salvatores è tutto questo, ma è soprattutto una commedia finalmenete divertente che invita a vivere la vita con seria leggerezza.

Happy Family - la recensione del nuovo film di Salvatores

Happy Family - la recensione

È tutto compreso tra due termini, il nuovo film di Gabriele Salvatores: paura e felicità. Due termini che si alternano, si incrociano, si sostituiscono e si sovrappongono, fino a che il primo non si fa eclissare definitivamente dal secondo. Perché l’assunto di base di Happy Family è dichiarato e semplicissimo: bisogna rivendicare il proprio diritto a essere felici, dismettendo ansie e paure indotte o caratteriali che siano, abbracciando la vita (e gli altri) senza troppi timori.

E di timori, Gabriele Salvatores non ne ha molti. Pochi come lui in Italia hanno saputo utilizzare status e reputazione non per adagiarvisi sopra ma, al contrario, per esplorare tipi diversi di cinema, di narrazione, di stili: ed ecco che questa volta, complice la natura evidentemente pirandelliana del testo di partenza, il regista milanese decide di utilizzare il dispositivo per disvelarne (e allo stesso tempo rafforzarne) i meccanismi, per raccontare una storia talmente artificiale da scavallare il confine del reale, e farsi più convincente e verosimile di quel “realismo” che nel nostro cinema è facile alibi alla mancanza di idee e talento. E allora il citazionismo quasi esasperato di Happy Family – che rende palese omaggio all’estetica e a certe tematiche di Wes Anderson, ammicca ai Soliti sospetti e vede nel protagonista Ezio una sorta di versione meneghina del Will di About a Boy,  – altro non è che la voglia di riaffermare il potere evocativo della settima arte, e la convinzione che la costruzione di una storia e di un mondo di (reale) fantasia non possono prescindere dalle immagini e dagli oggetti che abbiamo a disposizione e ci colpiscono. Dentro lo schermo come fuori.

Seguendo questo schema, anarchico e codificato al tempo stesso, Salvatores riesce felicemente a mettere in piedi una struttura che racconta dal basso e senza troppe pretese sentimenti veri e alti, affidati alle mani, ai volti e ai cuori di personaggi veri e di attori fidati e motivati. E così l’invito alla ricerca della felicità di Happy Family viene recapitato nella forma più immediata e solare possibile: quella del divertimento e della risata, che non nascondono ma addolciscono i lati più amari di una storia e di una vita. Si ride, guardando Happy Family. Si ride grazie a una sceneggiatura che alla costruzione di varie sovrapposti livelli di realtà applica dialoghi battute magari semplici ma mai pedesti e volgari, sospese tra la concretezza di una memoria comune e condivisa e una vaghissima ma azzeccata tensione al surrealismo. Dialoghi e battute efficaci in generale, e che quando sono affidate a interpreti smaliziati e collaudati come Abatantuono e Bentivoglio, fanno percepire quel family feeling del regista che serve anche a sottolineare come l’idea di famiglia, nel film , sia ben più ampia di quella tradizionalemente e (ir)realisticamente intesa dal cinema e dalla società che ci circondano.

Così, tra uno Jason Schwartzman di casa nostra, il fantasma del Marocco e del viaggio di una volta, una nonna svampita e quasi dada e inserti notturni e in bicromia di una Milano comunque protagonista, Happy Family (ci) sorride sereno. E come all’Ezio di Fabio De Luigi, ci suggerisce di fare, tentare, uscire. Male che vada, pare dire Gabriele Salvatores, si rischia di essere felici.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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