Happy Family Recensione

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Happy Family - la recensione del nuovo film di Salvatores

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Happy Family - la recensione del nuovo film di Salvatores

Happy Family - la recensione

È tutto compreso tra due termini, il nuovo film di Gabriele Salvatores: paura e felicità. Due termini che si alternano, si incrociano, si sostituiscono e si sovrappongono, fino a che il primo non si fa eclissare definitivamente dal secondo. Perché l’assunto di base di Happy Family è dichiarato e semplicissimo: bisogna rivendicare il proprio diritto a essere felici, dismettendo ansie e paure indotte o caratteriali che siano, abbracciando la vita (e gli altri) senza troppi timori.

E di timori, Gabriele Salvatores non ne ha molti. Pochi come lui in Italia hanno saputo utilizzare status e reputazione non per adagiarvisi sopra ma, al contrario, per esplorare tipi diversi di cinema, di narrazione, di stili: ed ecco che questa volta, complice la natura evidentemente pirandelliana del testo di partenza, il regista milanese decide di utilizzare il dispositivo per disvelarne (e allo stesso tempo rafforzarne) i meccanismi, per raccontare una storia talmente artificiale da scavallare il confine del reale, e farsi più convincente e verosimile di quel “realismo” che nel nostro cinema è facile alibi alla mancanza di idee e talento. E allora il citazionismo quasi esasperato di Happy Family – che rende palese omaggio all’estetica e a certe tematiche di Wes Anderson, ammicca ai Soliti sospetti e vede nel protagonista Ezio una sorta di versione meneghina del Will di About a Boy,  – altro non è che la voglia di riaffermare il potere evocativo della settima arte, e la convinzione che la costruzione di una storia e di un mondo di (reale) fantasia non possono prescindere dalle immagini e dagli oggetti che abbiamo a disposizione e ci colpiscono. Dentro lo schermo come fuori.

Seguendo questo schema, anarchico e codificato al tempo stesso, Salvatores riesce felicemente a mettere in piedi una struttura che racconta dal basso e senza troppe pretese sentimenti veri e alti, affidati alle mani, ai volti e ai cuori di personaggi veri e di attori fidati e motivati. E così l’invito alla ricerca della felicità di Happy Family viene recapitato nella forma più immediata e solare possibile: quella del divertimento e della risata, che non nascondono ma addolciscono i lati più amari di una storia e di una vita. Si ride, guardando Happy Family. Si ride grazie a una sceneggiatura che alla costruzione di varie sovrapposti livelli di realtà applica dialoghi battute magari semplici ma mai pedesti e volgari, sospese tra la concretezza di una memoria comune e condivisa e una vaghissima ma azzeccata tensione al surrealismo. Dialoghi e battute efficaci in generale, e che quando sono affidate a interpreti smaliziati e collaudati come Abatantuono e Bentivoglio, fanno percepire quel family feeling del regista che serve anche a sottolineare come l’idea di famiglia, nel film , sia ben più ampia di quella tradizionalemente e (ir)realisticamente intesa dal cinema e dalla società che ci circondano.

Così, tra uno Jason Schwartzman di casa nostra, il fantasma del Marocco e del viaggio di una volta, una nonna svampita e quasi dada e inserti notturni e in bicromia di una Milano comunque protagonista, Happy Family (ci) sorride sereno. E come all’Ezio di Fabio De Luigi, ci suggerisce di fare, tentare, uscire. Male che vada, pare dire Gabriele Salvatores, si rischia di essere felici.

Happy Family
Il trailer del film diretto da Gabriele Salvatores
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