Hannah: recensione del film di Andrea Pallaoro con Charlotte Rampling in concorso al Festival di Venezia 2017

08 settembre 2017
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Il regista di Medeas, in Orizzonti nel 2013, viene promosso in concorso, soprattutto in vurtù del nome della sua protagonista.

Hannah: recensione del film di Andrea Pallaoro con Charlotte Rampling in concorso al Festival di Venezia 2017

Non è che sia arrivata come una sorpresa: lo sapevamo già. Lo sapevamo da quando, nel 2013, Andrea Pallaoro aveva esordito con Medeas, presentato proprio a qui a Venezia nella sezione Orizzonti.
Promosso in concorso con il nuovo Hannah, forte della sponsorizzazione implicita che arriva grazie al nome della sua protagonista, Charlotte Rampling, il giovane regista di Trento conferma tutta la sua propensione a un cinema chiaramente penitenziale, prima e soprattutto per lo spettatore.
Hannah (titolo palindromo che in molti vedono avere qualche attinenza con la forma e il contenuto: ma a me sembra una forzatura fuori luogo), è un film ossessivo ed estenuante, anche abbastanza compiaciuto, dove alla Rampling - che è brava, eh, ma che tutto sommato recita con la mano sinistra - è imposta la faccia da cane bastonato dal primo all’ultimo dei 95 minuti di film.

Per carità, non è che il suo personaggio abbia molto da stare allegro, visto che si tratta della moglie di un uomo incarcerato per la più infamante delle condanne, quella per pedofilia; che crede o fa finta di credere alla sua innocenza, e che vende il mondo attorno a lei crollare. O che vede nel crollare del suo mondo, nelle ricadute quotidiane delle malefatte del marito, lo specchio della sua devastazione interiore.
È evidente, però, come Pallaoro sia uno di quelli convinti che la profondità e l’efficacia debbano necessariamente fare rima con la pesantezza e la stasi; uno di quelli convinti di poter raccontare il niente della vita quotidiana di una persona non con il dinamismo vitale (anche nel dramma) di un Kechiche, ma con uno stile che al contrario è claustrofobico e asfissiante, mortifero, e caratterizzato da scelte tutto sommato facili e gratuite: dal sonoro “perturbante”, alle punteggiature inutili ma so arty del corso di teatro frequentato dalla protagonista,

Niente in Hannah viene esplicitato, alla ricerca di una rarefazione che fa tanto cinema d’autore.
Il senso e la direzione degli eventi deve essere ricostruito dallo spettatore: perfino il crimine dell’uomo in prigione viene fatto intuire ma non è mai nominato. Ma questo gioco di composizione di tessere è supponente e pretestuoso, non serve alla coinvolgimento di chi guarda, anche perché quel minimo di trama che fa la storia di questo film è ovvia fin dall’inizio.
Con la macchina da presa chiusa sul volto e sui gesti della Rampling, con quelle atmosfere sospese e algide che non fanno altro che gettare una patina di artificiosità sulla storia, Pallaoro sembra far durare all’infinito il suo film, non riuscendo mai a trasmettere al chi guarda la tempesta emotiva della protagonista, la sua pulsione di morte, la paura o la rabbia represse.

Nemmeno quando gioca la carta del metaforone, ovvio e malgestito, con la balena spiaggiata in lenta ma inevitabile decomposizione che sta lì di fronte alla Rampling a raccontarle e raccontarle la sua impasse e la sua progressiva distruzione. Ennesimo elemento retorico di un film che non propone nulla di nuovo, e che si piace troppo per piacere anche agli altri.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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