Hammamet - la recensione

09 gennaio 2020
3.5 di 5
104

Un ritratto complesso di un uomo altrettanto sfaccettato, dove la capacità di raccontare di Amelio attraverso gesti e dialoghi si sposa con una performance titanica di Favino.

Hammamet - la recensione

Un bambino infrange un vetro con la fionda. Subito dopo, il 45° congresso del Partito Socialista Italiano: quello del 1989 all' ex Ansaldo, quello con la piramide di Filippo Panseca, storico scenografo dei congressi craxiani; quello del rilancio del riformismo e della sesta elezione di Craxi alla segreteria, con le proverbiali percentuali bulgare.
Lì, il Presidente incontra il socialista onesto e balbettante di Giuseppe Cederna, amico di lunga data che lo mette in guardia sui rischi che corrono - lui, Bettino, e tutto il partito - continuando in quel modo, ovvero con le tangenti.  Per tutta risposta, Craxi lo bolla sarcasticamente come "anima bella" e lo lascia al suo destino.
Infine, la villa in Tunisia, dove il Presidente si muove stanco e malato come un vecchio leone non ancora domo, ma fin troppo consapevole che le campane a morto che saranno a un certo punto evocate, suoneranno presto per lui.

Una manciata di minuti, e Amelio sintetizza con precisione essenziale la vita di Craxi, e i temi di Hammamet.
Craxi l'iconoclasta, l'inventore del personalismo spettacolare. Craxi il leader titanico colpevole però di aver tradito il socialismo; e infranto la legge. Craxi il condannato, l'esiliato, il contumace. Craxi dal corpo in disfacimento, ma dall'intelligenza sempre vivissima e audace, capace di parlare di quanto era accaduto e stava accadendo in Italia alla fine del secolo scorso in un modo che sembra riecheggiare l'oggi: quando ragiona sulla sostituzione dalla parola "popolo" con la parola "gente"; quando si chiede se oramai le leggi, invece del Parlamento, siano dettate dalla gente, o dalla magistratura; quando parla di "una rivoluzione falsa come i suoi eroi".

Il Craxi di Amelio (che poi lui lo chiami, per tutto il film, solo "Presidente" è per noi del tutto irrilevante) non è una vittima e non è un farabutto. È quello che è stato: un grande protagonista e innovatore della politica italiana, come da allora non ne abbiamo più avuti, a dispetto di innumerevoli tentativi d'imitazione (anche recenti); una "vittima di sé stesso, del suo orgoglio e della sua arroganza", che le sue colpe le ha scontate "da vivo".
Colpe che Amelio non trascura affatto, né minimizza. Anzi, rende ossessive e opprimenti proprio perché non tanto riguardanti quelli che Craxi chiamava "i danari", ma la vita di un amico, di un compagno, di un partito e di un ideale; un peso morale che il regista sceglie, shakespearianamente, di affidare a un fantasma in carne e ossa, che irrompe nella villa di Hammamet non tanto per vendicarsi di qualcosa, ma per tormentare.
E a quel fantasma in carne e ossa, alla reificazione della sua colpa, Craxi si aggrappa come a un figlio, perché di quei peccati e di quelle colpe era il padre. E questa responsabilità, in Hammamet, non la scansa mai.

L'agonia di Craxi raccontata da Amelio è ovviamente quella della Prima Repubblica, e di un modo di fare e intendere la politica. Di più: della politica stessa. Basti vedere come Craxi reagisce quando nel film si evoca quel Berlusconi che era sceso in campo per occupare lo spazio lasciato vuoti da lui e dal resto di una classe politica spazzata via da Mani Pulite.
Tutto quello che il Presidente può fare, è stare lì, prigioniero di sé stesso, confrontandosi col suo passato e le sue azioni che trovano traduzione concreta e fisica nei vari personaggi che incontra: il politico democristiano di Carpentieri; l'amante di Claudia Gerini; i turisti italiani che pare vogliano replicare la scena del Raphael in Tunisia. Facendo i conti con la sua eredità: politica, morale, familiare, in un film dove è centrale il rapporto del Presidente con la figlia. E peccato che la pulizia e l'intelligenza dei dialoghi del film sia troppo spesso penalizzata dall'atonalità con cui il regista si ostina a far recitare i suoi attori più giovani.

Amelio ha parlato di western, di melodramma, di thriller. Ma quella di Hammamet è una tragedia, e come tale va presa.
Da questo punto di vista, allora, pare avere senso perfino quella svolta improvvisa e metafisica, tra Fellini e Bellocchio, che si ritrae dalla realtà e parla d'altro (del sogno della redenzione, dell'incubo della condanna), e fa sparire in una tasca le verità mai raccontate ad altri dal Presidente cui si è alluso in maniera un po' troppo furba.
È comunque un passo indietro, quello di Amelio a quel punto del film. Un passo indietro che rischia di essere anche passo falso, e farlo inciampare proprio in dirittura d'arrivo.
Se non cade, è in virtù della forza, del pathos, della complessità così ben dissimulata di tutto ciò che era venuto prima. Della capacità di ragionare sulla storia in anni un cui ragionare e studiare la storia sembrano essere passati di moda. Del ritratto pieno d'umanità ed empatia, della capacità di riconoscere i meriti anche raccontando le colpe.

D'altronde, lo dice bene proprio il Craxi di un Favino impressionante, capace di non perdersi mai nei meandri della maniera che sono lì a un passo, ma che non sono nemmeno sfiorati, e che si aggrappa con intelligenza a quello che c'è sotto al trucco e dentro l'uomo e l'attore: "Che coraggio c'è a parlar male della gente, a spargere veleno?".  
Ancora una volta, Amelio sembra parlare del mondo e della politica dei nostri giorni. E allora, forse, un po' di rimpianto per quell'uomo e quella politica c'è. "Che te ne fai della lealtà di uno stupido?": sono sempre le parole del Presidente. Lealtà, onestà: in fondo sono la stessa cosa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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