Hai paura del buio - la recensione del film

05 maggio 2011
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Ci sono voluti molti anni, e una lunga serie di esperienze coerenti ma eterogenee, perché Massimo Coppola arrivasse a firmare il suo primo lungometraggio di finzione.

Hai paura del buio - la recensione del film

Hai paura del buio - la recensione

Ci sono voluti molti anni, e una lunga serie di esperienze coerenti ma eterogenee, perché Massimo Coppola arrivasse a firmare il suo primo lungometraggio di finzione.
Noto presso il grande pubblico soprattutto come ex veejay di MTV, Coppola ha scelto per questo esordio un materiale che presenta diretti tratti di continuità con il suo precedente lavoro, in particolare con l’interessante serie documentaria televisiva Avere Ventanni.
Ancora una volta, infatti, al centro dello sguardo decisamente personale di Coppola ci sono generazioni giovani alle soglie dell’età adulta con tutte le problematiche a loro imposte dalla società in cui viviamo. Che, in questo caso, sono il (rapporto col mondo del) lavoro, l’immigrazione, il rapporto tra culture, il senso di chi si sia e di dove si voglia andare in un mondo che appare triste e ostile.

Le rivoluzione copernicana cercata e attuata dall’autore di Hai paura del buio è in fondo meno sconvolgente di quanto probabilmente si sperava. Ribaltare (in parte) i luoghi comuni sull’immigrazione rumena in Italia mostrando una ragazza moderna, in gamba, bella e determinata in contrapposizione con una coetanea che non è altrettanto “libera”, polarizzare la metropoli Bucarest e il piccolo centro di Melfi, sovvertire la logica relativa al lavoro salariato e alle dinamiche di fabbrica, come avviene nel racconto delle storie parallele e alternate di Eva e Anna, le due protagoniste del film, può forse sorprendere o destabilizzare “quelli che benpensano”, di certo non chi ha una visione del mondo più aperta e reale.

Ciò nonostante, sono da apprezzare gli sforzi di Coppola, che insegue quello che lui stesso definisce un “realismo attraverso l’astrazione” con uno sguardo registico magari un supponente ma di certo intelligente e dotato di un buon gusto per l’immagine e il sonoro.
Se dal punto di vista contenutistico la disperazione esistenziale delle due protagoniste e il loro (non) legame non sono poi così originali e finisce con l’essere paradossalmente strozzate da una narrazione improntata al massimo comun denominatore tra asetticità documentaristica e vicinanza fisico-emotica, Hai paura del buio si compone di strutture formali che costruiscono un’architettura audiovisiva di tutto rispetto.

Coppola alterna inquadrature riempite dal volto e dal corpo delle protagoniste con subitanee e geometriche aperture ai (non) luoghi urbani e rurali che racconta, e ad una presa diretta grezza e quasi aggressiva (che apre al mondo che non vediamo) oppone una colonna sonora costruita su un uso quasi sadico dei Joy Division.
E allora per usare una definizione cara al suo autore, Hai paura del buio è un film di sguardo, nel senso più ampio del termine. Un film fotograficamente bidimensionale, acusticamente impressionista, dove il contatto emotivo ed emozionale è quasi osteggiato e raggiungibile più attraverso suggestioni che non con le parole, a tratti (volutamente) goffe, che vengono pronunciate.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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