Hahithalfut - The Exchange, la recensione del film di Eran Kolirin

07 settembre 2011
2.5 di 5

Tutto, in Hahithalfut -The Exchange, parte da un incidentale e marginale cambio di prospettiva. Che sarebbe potuto rimanere tale, se la curiosità analitica e scientifica del suo protagonista non lo avesse spinto ad una replica reiterata e continua.

Hahithalfut - The Exchange, la recensione del film di Eran Kolirin

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Hahithalfut - The Exchange, la recensione del film di Eran Kolirin


Tutto, in Hahithalfut -The Exchange, parte da un incidentale e marginale cambio di prospettiva. Che sarebbe potuto rimanere tale, se la curiosità analitica e scientifica del suo protagonista non lo avesse spinto ad una replica reiterata e continua. Il guardare la propria casa e (quindi) la propria vita uscendone e utilizzando uno sguardo altro diviene per Oded una vera e propria ossessione, un esperimento su se stesso i cui risultati appaiono imprevedibili e difficilmente registrabili. La domanda vera, infatti, nel film dell'israeliano Eran Kolirin, non è cosa si osservi quando si decide di mettere nuova distanza e nuova ottica tra noi e ciò che ci è familare, ma cosa e come possa cambiare in noi in seguito a questa sorta di partecipazione osservante.

Geometrico e algebrico nella messa in scena e in alcune declinazioni narrative, Kolirin si mette in parallelo col protagonista del suo film, e come lui osserva senza cadere nell'errore di troncare il legame emotivo con l'oggetto di studio, di registrare le sensazioni e le emozioni, nuove, che questo suscita.
In questo modo The Exchange apre la sua asettica apparenza a squarci di vitale bizzarria, di obliquo e spiazzante umorismo, senza appiattirsi su di una formulazione iperoggettivizzata ma permettendosi al contrario l'apertura a quell’imprevedibile e quel sorprendente che un atteggiamento troppo rigoroso e un distacco eccessivo portano inevitabilmente a negare.

Se Oded è un dottorando in fisica, è la fisica più avanzata, quella capace di rompere le regole e aprirsi al caos e alla quantistica, quella cui Kolirin si rifà. Così come si rifà ad un chiaro spirito della cultura ebraica che affonda le radici in uguale misura nel rigore da un lato e nell'assurdo e nel non sense tra l'altro. Ma il fatalismo creativo che lascia la porta aperta ad un futuro ondivago del finale di The Exchange non appare del tutto giustificato da questi riferimenti, e sembra una soluzione troppo facile per chi ha sollevato un problema e non è riuscito a formulare una sorta di teoria quadro che conduca a risultati magari multipli ma presenti.

Il problema, forse, è l'aver lasciato aperto l’ultimo lato di un triangolo altrimenti geometricamente perfetto: perché se i cambi di punto di vista sono scelti e portati avanti in parallelo da regista e protagonista, non è detto che lo spettatore accetti lo slittamento e, soprattutto, che lo attui in direzioni analoghe a quelle degli altri due vertici.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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