Gravity Recensione

Titolo originale: Gravity

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Gravity - la recensione del film di Alfonso Cuaron

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Gravity - la recensione del film di Alfonso Cuaron

A pensarci bene, Gravity è la prosecuzione ideale e perfetta de I figli degli uomini. Lì, come qui, il messicano Cuaron cercava di spingere i limiti delle sue capacità tecniche, di stupire con una regia spettacolare, energica, ricercata. E soprattutto, lì come qui, i due film sono accomunati dalla volontà di utilizzare il genere per lanciare (e lasciare) un forte messaggio di chiara impronta umanistica, legato a un’idea di rinnovamento e rinascita tanto individuale quanto sociale e collettiva.
In Gravity non ci sono nuovi Messia da salvare, ma due contemporanei Adamo ed Eva che han volato troppo in alto, privi di equilibrio, punti saldi e (centro di) gravità, costretti ad affrontare con esiti alterni lo spettro della morte e quello della vita, per imparare nuovamente a camminare, apprezzandolo, in un Paradiso molto relativo ma letteralmente Terrestre.

Diviso in maniera piuttosto evidente ma molto graduale in due parti, legate alla sorte dei protagonisti, Gravity è una sorta di Open Water siderale nella prima, mentre nella seconda quasi un film ascrivibile al recente filone della fantascienza esistenziale, a dispetto di un’ambientazione orbitante ma tutta contemporanea.
Tra le due, nettamente preferibile la prima, nella quale Cuaron attualizza la fantascienza un po’ ruvida degli anni Settanta ibridandola con una spettacolarità che solo le tecnologie di oggi possono garantire. Il senso di ansia di fronte al vuoto infinito, la claustrofobia provocata dallo spazio, tengono viva l’attenzione dello spettatore, fan fare qualche salto sulla sedia e solleticano più di un nervo.
Poi la corsa verso un interno, i tentativi sempre ostacolati di trovare salvezza da una situazione impossibile, le citazioni del look di Ripley e di certe atmosfere alla Peter Hyams vengono gradualmente ma inesorabilmente contaminate dalla retorica del Messaggio.

Allora Gravity, che pure in apertura ammiccava proprio ad Alien nella sottolineatura del silenzio imperante e obbligato dello spazio, si fa rumoroso nella ricerca dell’effetto speciale ma anche nella parola continuamente parlata, monologata, cercata come antidoto al panico della solitudine smodata e come veicolo retorico utile agli scopi del regista. Scopi ancora una volta laici, perlomeno relativamente, ma profondamente umanistici. L’Adamo e la Eva di Cuaron sono costretti a riprendersi bruscamente dall’ebbrezza del loro volo, dall’euforia di una pur serissima giostra a gravità zero, e cercare nuovamente senso e direzione nelle loro esistenze, esplorando la capacità di sacrificio e di resistenza, per far letteralmente (ri)nascere la vita sulla Terra.

Più essenziale e rarefatto, Gravity avrebbe potuto essere un film profondo e affascinante come lo Spazio che racconta: peccato allora che gli occasionali eccessi di spettacolarità e di retorica, tanto estetica quanto tematica, arrivino ciclicamente a rovinare la festa come una pioggia di detriti spaziali. Perché tra il Vuoto e quel che lo riempie, Cuaron non pare interessato a instaurare alcuna reale dialettica.


Gravity
Nuovo trailer ufficiale in italiano - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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