Grace is Gone - la recensione del film con John Cusack

29 luglio 2008

Reduce dal premio del pubblico e da quello per la miglior sceneggiatura al Sundance Film Festival 2007, arriva anche nelle nostre sale il film indipendente americano Grace is Gone, opera prima di James C. Strouse, che come sceneggiatore ha già all’attivo un film diretto nel 2005 da Steve Buscemi, Lonesome Jim.

Grace is Gone - la recensione del film con John Cusack

Grace is Gone - la recensione

Grace is Gone è un film al tempo stesso molto ambizioso e molto contenuto. La “storia” è presto detta: Stanley Phillips è un ex militare, congedato dall’esercito per problemi di vista. Vive nel Midwest con due figlie e la moglie. Ma quest’ultima, un sergente, conosciuta durante l’addestramento per l’esercito, è lontana, impegnata in guerra in un paese straniero. Il giorno in cui a Stanley arriva la tragica notizia della sua morte, l’uomo non riesce a dirlo alle figlie, e per trovare il coraggio di farlo si imbarca con loro e con il suo dolore in una gita fuori programma alla volta di un parco di divertimenti.

Grace is Gone è essenzialmente un film sulla sofferenza che non si può comunicare, sul senso di perdita e di distacco che – già drammatico quando lo si affronta in circostanze “normali” – diventa incomprensibile quando a causarlo è la guerra, che di normale e ordinario ha ben poco. Saggiamente, Strouse non sposa apertamente una causa, ma racconta un personaggio che crede in quello per cui la moglie combatte, e per cui avrebbe voluto trovarsi al posto suo. L’opinione opposta è espressa – narrativamente in modo forse un po’ troppo meccanico – dal fratello pacifista interpretato da Alessandro Nivola, ma giuste o sbagliate che siano le motivazioni che hanno portato al sacrificio di Grace, resta il fatto, enorme, di una famiglia distrutta alle radici, e di due bambine costrette a fare i conti con la propria vita senza l’apporto di una figura fondamentale come quella materna.

Personalmente non riusciremo mai a capire come una donna possa scegliere una via di realizzazione tanto pericolosa e tanto poco in linea con il ruolo di madre, ma è un dato di fatto che la storia raccontata da Strouse è solo una delle tante che hanno afflitto negli anni del conflitto iracheno (nel film mai apertamente nominato) le famiglie delle persone impegnate sul fronte. Strouse sceglie un approccio crepuscolare per il suo racconto: il Midwest diventa il setting ideale per un viaggio dalle atmosfere rarefatte e dalle lunghe notti in auto o in albergo, quando la stanchezza stronca la resistenza dell’uomo e il dubbio tiene sveglia la figlia più grande. Le atmosfere sono sottolineate dalle suggestive musiche di Clint Eastwood, che servono da efficace commento a quello che diventa, nella storia del singolo, il dolore collettivo di una nazione lacerata al suo interno in due anime.

Ma il film – e forse questo è un suo demerito – non esisterebbe senza un’interpretazione come quella di John Cusack, che lo ha anche coprodotto. Anche chi, come la sottoscritta, lo ha sempre apprezzato, non potrà che restare ammirata dalla sua performance, fin da quando entra in scena, appesantito e con la camminata ingobbita di un uomo che non ha realizzato tutte le proprie ambizioni nella vita. Si stenta quasi a riconoscerlo, e la sua è davvero una di quelle prove che – a prescindere al film stesso in cui avvengono – rendono un attore giustamente orgoglioso del proprio mestiere, e regalano allo spettatore un raro momento di riconoscimento: sullo schermo, in quei momenti, non c’è il volto famoso o il noto protagonista di tanti film, ma solo un uomo come gli altri, con cui è più facile identificarsi.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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