Grace di Monaco - recensione del film con Nicole Kidman

14 maggio 2014
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Olivier Dahan riprende e amplifica lo stile già utilizzato con Edith Piaf per raccontare la favola agrodolce di Grace Kelly e Ranieri di Monaco

Grace di Monaco - recensione del film con Nicole Kidman

A Olivier Dahan devono piacere tanto, le favole. Perché come una favola aveva già raccontato la vita di Edith Piaf nel biopic che è valso un Oscar a Marion Cotillard, e la stessa cosa prova a fare con la storia (da favola) di Grace Kelly, la diva di Hollywood che all'apice della sua carriera mollò tutto per diventare una Principessa.

Come tutte le favole, anche quella di Grace di Monaco non è esente da lati oscuri, minacce e cupezze: perché la povera ex attrice, a palazzo, è triste, isolata, fuori posto. Ranieri (anzi, Ray, come viene affettuosamente chiamato dagli intimi) è un uomo spigoloso e silenzioso, la corte poco accogliente, le manca il cinema e sembra sempre commettere errori di etichetta.
E come se tutto questo non bastasse, a complicare le cose ci sono strane trame, e soprattutto la crisi provocata da un Charles De Gaulle che minaccia la guerra se il più antico principato del mondo non accetta la sue condizioni capestro su economia e indipendenza di Monaco.

Così, nel regno simbolo delle autonomie e delle libertà individuali, Gracie si sente sola e prigioniera, novella Maria Antonietta che però, invece di trovare consolazione in mollezze aristocratiche e croissant, si farà carico dei suoi impegni di madre e moglie, e riuscirà a salvare, se non se stessa, le sorti del Principato e del suo matrimonio.

Storia vera o romanzata che sia ("The following events are a fictional account inspired by real events", recita l'autoassolutoria didascalia che apre il film), favola dal lieto fine o meno, Grace di Monaco non ha né la struttura della fiaba tradizionale né quella del melodramma sopra le righe, sovrapponendo invece nella sua messa in scena agiografica i modelli televisivi e ideali di Desperate Housewives, Anche i ricchi piangono, Uccelli di rovo, Lady Oscar e Sensualità a corte di Marcello Cesena, senza mai dimenticare l'importanza di snocciolare gli avatar dei grandi e famosi della Terra in quegli anni: da DeGaulle ad Amintore Fanfani, passando per gli immancabili Hitch, Onassis e la Callas, come fossero una collezione di parodistiche action figures.

In un film che è il sogno di ogni costumista, o dei fan degli spot dei profumieri, Nicole Kidman fa sfoggio di abiti e cappelli notevoli. E, inquadrata spesso e volentieri in primissimo piano, gli occhi celesti (suoi, di Grace) sgranati e venati del sangue figlio dello stress o del pianto, mostra un volto sgonfiato dal botox come la pressione della sua recitazione.
Tim Roth, di suo, è un Ranieri quadrato, monolitico, monoespressivo e di poche parole. Un uomo nell'ombra, letteralmente.
Perché tanto, nonostante tutti i suoi sforzi, ha ragione l'eminenza grigia di Montecarlo interpretata da Frank Langella (un prete fidato consigliere dei Grimaldi e della Kelly) quando dice alla sua protegé che a Monaco la vera star, quella su cui sono e saranno puntati gli occhi di tutti, è lei.
Difatti, su Ranieri, nessuno ha mai pensato di mettere in cantiere un film biografico. Speriamo si continui così.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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