La recensione del film Gomorra, diretto da Matteo Garrone

18 maggio 2008
4.5 di 5

Ecco finalmente nelle nostre sale la tanto attesa trasposizione cinematografica del romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, impreziosita per di più dalla presentazione nel concorso ufficiale al Festival di Cannes. Se già le premesse contenute nel testo originale – un atto d’accusa preciso e documentato contro le attività illecite della c...

La recensione del film Gomorra, diretto da Matteo Garrone

Recensione del film Gomorra tratto dal romanzo bestseller di Roberto Saviano


Ecco finalmente nelle nostre sale la tanto attesa trasposizione cinematografica del romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, impreziosita per di più dalla presentazione nel concorso ufficiale al Festival di Cannes. Se già le premesse contenute nel testo originale – un atto d’accusa preciso e documentato contro le attività illecite della camorra in Campania e più in generale sul nostro territorio - costituivano materia di enorme interesse, il fatto che a dirigere Gomorra sia stato chiamato un cineasta spigoloso e coerente come Matteo Garrone non fa che aggiungere interesse al progetto. Ma già dai primi minuti di proiezione si capisce che proprio tale scelta è l’arma in più che il film possiede rispetto a tanta produzione italiana, in quanto propone allo spettatore un’idea di cinema estremamente rigorosa, che si adatta con difficile crudeltà alla materia trattata. Garrone, che in passato ha dimostrato - soprattutto con Primo amore - di essere un cineasta che non fa sconti, anche questa volta predilige una visione asciutta, sintetica, che in molti momenti raggiunge una forma filmica stilizzata ed assai pungente. Con Gomorra mette in scena la quotidianità e la semplicità del crimine organizzato in maniera semplicissima, evitando ogni concessione allo spettacolo di genere o al melodramma sociale. Da punto di vista strettamente cinematografico Gomorra si presenta quindi come un lungometraggio importante, costruito secondo un rigore estetico che nel nostro paese pochissimi registi hanno saputo proporre negli ultimi anni con l’equilibrio di Matteo Garrone.

Detto delle qualità più propriamente estetiche del film, c’è però anche da evidenziare a nostro avviso un’evidente incertezza narrativa presente nella sceneggiatura, scritta dallo stesso cineasta. Se risulta palese che il lavoro di condensazione e scrematura del testo di Saviano era opera dalla difficoltà comunque rilevante, tuttavia lo script non riesce del tutto a legare tra loro le varie storie che adopera per sottolineare come la criminalità organizzata agisca e corrompa più di uno strato sociale, ma soprattutto quello più basso e meno abbiente; e già forse questo è un limite, perché se gli episodi che coinvolgono i giovani hanno una loro potenza espressiva, quello riguardante il racket dello smaltimento dei rifiuti tossici sembra reggersi più in virtù dell’istrionismo di un ottimo Toni Servillo che secondo un’evoluzione narrativa ben articolata. In più Garrone, che in molte parti lascia giustamente spazio alla densità delle situazioni e delle immagini, in almeno un paio di punti invece si concede un eccesso di didascalismo che indebolisce la presa emotiva sullo spettatore; sotto questo punto di vista si ha più volte la sensazione che la sceneggiatura sia maggiormente funzionale all’idea di messa in scena dell’autore che veramente intesa a “problematizzare” quanto il regista ha scelto di esporre: che Garrone si sia lasciato trasportare eccessivamente dalla sua poetica cinematografica? Il dubbio appare legittimo.

A parte le sbavature sopra esposte, la trasposizione cinematografica di uno dei più importanti e necessari testi letterari italiani degli ultimi anni è comunque pienamente riuscita, perché appunto riesce nel passaggio più difficile, quello di diventare un film di Matteo Garrone da un romanzo di Roberto Saviano. Gomorra quindi rispecchia in pieno l’idea estetica del suo realizzatore, che è cineasta di notevole lucidità, capace di imporre a tutti i testi fino ad ora trattati uno sguardo duro, mai condiscendente, molto spesso in grado di sedurre lo spettatore con l’incisività dell’immagine mai fine a sé stessa. Il risultato è un lungometraggio che a tratti, soprattutto nella storia dei due adolescenti ribelli ed anarchici a qualsiasi legge – anche quella criminale – sprigiona un realismo in grado di trasformarsi in lirismo della realtà.

Pro – Molti. Soprattutto la messa in scena di Garrone, che è lucida, potente, mai gratuita
Contro – Uno soltanto: la sceneggiatura in alcuni momenti è eccessivamente sfilacciata.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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