Go Go Tales - recensione del film diretto da Abel Ferrara

20 giugno 2008

Arriva solo adesso nelle sale il sedicesimo lungometraggio di Abel Ferrara, Go Go Tales, presentato l’anno scorso al festival di Cannes. Lo aspettavamo perché ogni film dell’eccentrico regista di New York, per quanto sbagliato possa essere, non corre mai il rischio della banalità.

Go Go Tales - recensione del film diretto da Abel Ferrara

Go Go Tales - recensione del film diretto da Abel Ferrara

Arriva solo adesso nelle sale il sedicesimo lungometraggio di Abel Ferrara, Go Go Tales, presentato l’anno scorso al festival di Cannes. Lo aspettavamo perché ogni film dell’eccentrico regista di New York, per quanto sbagliato possa essere, non corre mai il rischio della banalità.

La traccia narrativa stavolta è data dal personaggio di Ray Ruby, proprietario del Paradise, un club newyorkese dalla gestione quasi famigliare. Paterno e e rassicurante, l’uomo nasconde un segreto alle sue dipendenti, giovani e bellissime ballerine di lap-dance di varia provenienza geografica: il suo vizio per il gioco. Non quello d’azzardo, ma per il lotto, a cui con la complicità del suo fido braccio destro gioca da mesi in cerca del biglietto milionario. La trama è solo un pretesto, e il film la usa come un canovaccio della commedia dell’arte, rispecchiando il caos e le atmosfere da Babele linguistica che si respiravano su un set in cui tutti gli apporti creativi erano bene accetti e l’improvvisazione dettava legge.

Go Go Tales è un film inatteso e anomalo nella filmografia di Abel Ferrara, regista da sempre diviso tra ansie spirituali, disperazione e trash. Autore con lo sceneggiatore Nicholas St. John di film straordinari e durissimi come Fratelli e Il cattivo tenente - per non parlare dell’incredibile L’angelo della vendetta - è meno a suo agio con la scrittura dopo la fine del loro sodalizio. I suoi, però, sono sempre film visivamente affascinanti, anche quando, come questo, sono realizzati nel caos più totale. Se questo è prova certa del suo talento, non spiega del tutto la necessità di una storia che nasce da luoghi e personaggi della sua vita ma che non sempre arriva a toccare il pubblico.

Interamente girato a Cinecittà, il film è percorso da volti noti e facce sconosciute ma interessanti: ecco dunque che nel cast si vedono o si intravvedono - oltre al protagonista Willem Dafoe in un ruolo volutamente sopra le righe -, caratteristi italiani e stranieri come Andy Luotto e Burt Young, Romina Power, attori come Bob Hoskins (bravissimo nei panni del direttore del Paradise), Matthew Modine, Anita Pallenberg (modella, attrice ed ex compagna di Keith Richards negli anni Sessanta), e addirittura Sylvia Miles, 3 volte candidata all’Oscar. E poi ci sono Riccardo Scamarcio, Danny Queen e le ragazze, dalla litigiosa - nel film e nella vita - Asia Argento alla top model Bianca Balti, da Stefania Rocca a Justine Mattera, tutte impegnate a crearsi un personaggio, a volte con successo.

Dare un giudizio su Go Go Tales è difficile, quasi impossibile senza sentire le vere voci, il sound, le lingue, i rumori e gli accenti originali. Quello che arriva è la storia di un sognatore un po’ folle che diventa una metafora per la vita dello stesso Ferrara, così come il personaggio di Dafoe è un suo trasparente alter ego. Anche se noi lo preferiamo alle prese coi suoi luoghi oscuri, ci fa comunque piacere che una volta tanto abbia mostrato anche il lato più leggero e meno noto di sé.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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