Gli Uomini d'Oro: recensione del film noir con Fabio De Luigi, Edoardo Leo e Giampaolo Morelli

07 novembre 2019
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La Torino di metà anni Novanta, tra il grigio dell'industria e il neon del vaporwave, diventa teatro di una storia (vera) di rapina che mira a far germogliare la cupezza dalla risata.

Gli Uomini d'Oro: recensione del film noir con Fabio De Luigi, Edoardo Leo e Giampaolo Morelli

Torino, dicembre del 1995. Il capoluogo piemontese deve ancora abbracciare il suo Rinascimento, e l’ombra lunga della grigia città operaia incombe ancora su di lei. La Juve batte il Toro in un derby che ha fatto storia per il suo risultato pesantissimo (5-0 per i bianconeri). Al governo del paese c'è Lamberto Dini, la cui contestata riforma del sistema previdenziale ha infranto i sogni di quanti speravano di fare come molti loro amici e colleghi, passati alla storia come i baby pensionati, e di lasciare il lavoro per mettersi a carico dell’INPS a poco più di quarant’anni.
È in questa Torino qui, in questo contesto qui che inizia a maturare l’idea di una rapina realmente accaduta, quella che ha ispirato prima Gianluca Tavarelli per Qui non è il paradiso, e ora invece è alla base questo Gli Uomini d’Oro.

Il 33enne Vincenzo Alfieri, alla sua opera seconda, mira già molto in alto e ambisce a tramutare la commedia di certi spunti iniziali in un crime ruvido e spietato, e alfieri del cinema da ridere come Giampaolo Morelli, Fabio De Luigi e Edoardo Leo in personaggi cupi e spigolosi, lontani dall’immagine stereotipata che può avere di loro il grande pubblico.
L’idea è buona, e apprezzabile. Così come è buona quella di tingere a tinte neon vagamente vaporwave il grigiore della Torino di allora, e di assegnare a ogni personaggio un look (nel vestiario, ma anche nelle scenografie e negli arredi) molto riconoscibile, e molto diverso l’uno dall’altro (come molto diversi tra loro sono i loro corrispettivi al femminile, rispettivamente interpretati da Matilde Gioli, Susy Laude e Mariela Gariga) facendo cozzare le estetiche così come fa con i generi, sperando che lo scontro sia fecondo, e generatore di scintille capaci di accendere l’occhio e il cuore dello spettatore.
Perfino il ridurre la fame di denaro dei protagonisti alla voglia non di ricchezza in quanto tale, ma a quella di soddisfare bisogni primari (che poi sono quasi sempre affettivi e familiari) è una intuizione capace di farsi apprezzare.

E però: di buone intenzioni eccetera eccetera, e a furia di tenere il piede in due scarpe eccetera eccetera. Insomma. Gli Uomini d’Oro fa fatica a tenere assieme i suoi tanti registri, narrativi o estetici che siano.
Che il noir fino in fondo non sia mai davvero cattivo e senza speranza, e che emerga quasi sempre la battuta, o la situazione buffa, a stemperare i toni, è una questione di scelta, piùche di capacità. Ma certi limiti impliciti vengono fuori anche quando Alfieri sembra voler flirtare col grottesco, con certe iconografie di matrice quasi fumettistica (il personaggio dell’affettato ma spietato sarto-strozzino interpretato da un Gianmarco Tognazzi alla costante ricerca di spunti sulfurei), quando esagera con la ricerca maniacale del dettaglio o del primissimo piano.
Curioso poi che certe scelte estetiche (dal neon in giù) e musicali proposte da Gli Uomini d’Oro siano sfalsate di oltre un lustro rispetto ai temi del film: brani come “Lullaby” dei Cure e “Alive and Kicking” dei Simple Minds, giusto per fare due esempi, sono decisamente più anni Ottanta che Novanta, così come degli Ottanta sono film come Grosso Guaio a Chinatown e Cocktail, i cui poster campeggiano non casualmente nell’appartamento di Giampaolo Morelli.

Proprio Morelli, che mantiene la parlata napoletana e un certo modo di fare guascone, è quello che - con la sorpresa rappresentata dalla formidabile spalla di Giuseppe Ragone - se la cava meglio nel cercare di realizzare la visione di Alfieri. Più in difficoltà sembrano De Luigi e Leo: il primo chiamato a raccontare una rabbia implosa e logorante a ogni inquadratura che lo irrigidisce, il secondo alle prese col ruolo del duro (dal cuore tenero) con un accento torinese che va e che viene.
Un film come questo avrebbe richiesto che lo sforzo relativo alla gestione della sua complessità risultasse invisibile; avrebbe dovuto dare l’impressione di una fluida naturalezza, per funzionare a dovere. E invece l’artificiosità emerge, figlia della voglia di strafare, di fare o dire o muovere la macchina da presa sempre un po’ di più di quanto non sarebbe stato necessario. Finendo anche con l’incorrere in qualche errore un po’ marchiano, quando per esempio - per far funzionare il copione - una moto riparte senza problemi dopo un impatto frontale con un’auto, evidentemente dotata di forcella magica; o quando si fa riferimento a accedini d’ordinanza (sic.) che devono tornare in centrale, sennò son guai.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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