Gli ultimi saranno ultimi: recensione del film con Paola Cortellesi e Alessandro Gassmann

11 novembre 2015
3.5 di 5
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Massimiliano Bruno racconta la ribellione di una donna privata della sua dignità.

Gli ultimi saranno ultimi: recensione del film con Paola Cortellesi e Alessandro Gassmann

"L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Questi virgolettati, che arrivano nientemeno che dalla nostra costituzione, sono non soltanto la negazione di tutto ciò che Stefano Sollima ci racconta nel suo cupo e stiloso Suburra. Sono anche i sacrosanti principi in cui crede Massimiliano Bruno, un regista dal quale il pubblico "bue" addomesticato all’anticonformismo di facciata da storielline fintamente emancipate o cullato dalla superficialità di commedie inzeppate di "io, lei, lui, l’altro", si aspetta gradevoli balletti di personaggi e sentimenti. E invece l’amico e collega di lunga data di Paola Cortellesi ha scelto stavolta di fare tesoro di una nuova "fase del no" che da un po’ di tempo sta attraversando e di assecondare una rabbia "brechtiana" che deriva dall’osservazione della realtà.

Ecco allora l’autore del fortunato Nessuno mi può giudicare prendere le distanze dagli ultimi due film girati per recuperare quei toni agrodolci che caratterizzano sia la grande commedia all’Italiana che la vita stessa, inaspettatamente buffa nei suoi momenti più tristi e stranamente dolorosa negli scoppi di felicità.

Riprendendo e modificando un suo spettacolo teatrale, Bruno si concede diverse pause di leggerezza, ma ci tiene a filmare con ruvidezza il Purgatorio di una donna progressivamente allontanata dai diritti fondamentali, in primis il diritto al lavoro.
Luciana Colaucci, che fatica ad arrivare a fine mese, il lavoro ahimé lo perde, non per una negligenza, ma perché rimane incinta. Così, oltre a venire privata di uno stipendio "risibile", si vede negare quello che la Cortellesi ben definisce "il minimo desiderio garantito", in altre parole la sopravvivenza, la fiducia nelle proprie capacità, la speranza. Gli ultimi saranno ultimi è proprio l’istantanea di questa inesorabile perdita del sé, e quindi è giusto che la strada per arrivare a un finale violento suggerito da una tesa scena iniziale sia lastricata di pugni nello stomaco. Eppure il film non perde mai una dolcezza di fondo che probabilmente è la risultante di una fiducia in un’umanità sana e onesta, lontana dalle grandi città e dai giochi della politica. Il microcosmo in cui si muove questo piccolo gruppo di individui è la provincia, che Massimiliano Bruno rappresenta senza ricorrere a luoghi comuni o a un facile pietismo, sostenuto anche dalla verità delle interpretazioni degli attori, a cominciare da un Alessandro Gassmann quasi pasoliniano nel suo ritratto di certa indolenza romana.

Si vede che il regista ama i suoi personaggi: dal cameriere che appare per pochi minuti per elencare i piatti di un ristorante al poliziotto Antonio di Fabrizio Bentivoglio, così malinconico nella sua solitudine e nel suo accento veneto e così remissivo nell’accettazione di un destino che lo fa diventare sempre più "ultimo". Il suo controcanto alle vicende di Luciana, Stefano &. Co è la cosa che più commuove nel film.

E’ una riflessione sulle parole che ci teniamo dentro Gli ultimi saranno ultimi, sulle ribellioni che avremmo voluto mettere in atto e sul desiderio di compiacere gli altri sacrificando le nostre necessità più profonde.
Sono le donne più degli uomini a restare prigioniere di questo "modus operandi": le brave bambine a cui hanno insegnato ad essere angeli del focolare e a giocare ai cowboy invece che con le bambole, le mogli che devono dimostrarsi indulgenti nei confronti dei difetti dei mariti, le mamme che tirano la carretta, le impiegate che subiscono l’arroganza dei loro principali. Tutte queste figure femminili ci scorrono davanti riflesse nello sguardo del personaggio di Paola Cortellesi, animale ferito, spaventato eppure fiero che per una volta dice basta a un mondo senza senso.
La domanda– a questo punto ­–  è se il nostro mondo, e le parole che abbiamo citato in apertura, un significato potranno mai riacquistarlo. Bruno è convinto di sì. 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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