Giustizia privata - la recensione del film con Gerard Butler

24 agosto 2010
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E’ uno strano film, questo Giustizia privata. Anche se inizia come un revenge movie, ma si allontana prestissimo dal cliché del genere.

Giustizia privata - la recensione del film con Gerard Butler

Giustizia privata - la recensione

Clyde, un ingegnere, assiste impotente all’omicidio di sua moglie e della sua bambina da parte di due balordi. I colpevoli vengono arrestati e il caso sembra di facile soluzione, ma Nick, il giovane e rampante pubblico ministero incaricato del caso, che preferisce una vittoria certa a una battaglia sofferta, sceglie di patteggiare col vero assassino che, scaricate le responsabilità sul complice che viene condannato a morte, riceve una mite sentenza per omicidio di terzo grado. Clyde non ci sta e affronta l’avvocato, ma ormai, per la legge, “giustizia” è fatta. 10 anni dopo, il criminale condannato a morte soffre atrocemente nella stanza dell’iniezione letale (le cui sostanze chimiche sono state misteriosamente sostituite), mentre l’altro viene sequestrato da Clyde e fatto lentamente a pezzi. Arrestato, il colpevole confessa a Nick i suoi delitti, e ingaggia con lui una mortale partita a scacchi. Sembra che non gli basti vendicare i suoi cari, ma che abbia una lezione da impartire a tutto il sistema giudiziario americano.

E’ uno strano film, questo Giustizia privata. Anche se inizia come un revenge movie, si allontana prestissimo dal cliché del genere. Non si tratta dell’ennesima variante de Il giustiziere della notte, insomma, ma di una storia molto più ambiziosa che mette in discussione il funzionamento stesso della giustizia pubblica attraverso il personaggio di uno psicopatico dalle capacità quasi superomistiche. E che, come Hannibal Lecter, ha il suo riluttante equivalente di Clarice Starling, rappresentato dal Nick di Jamie Foxx, un uomo assolutamente sicuro delle proprie convinzioni, certo di fare sempre la cosa giusta, ma tutto sommato indifferente all’aspetto umano dell’atto delittuoso, nonostante sia marito e padre. Se la premessa è interessante, risulta inficiata narrativamente dalla crescente richiesta di massicce dosi di sospensione dell’incredulità, rivolta dalla trama allo spettatore. Fino a che, lasciati i binari su cui fino ad allora ha viaggiato, il film prende una strada decisamente fantastica.
C’è da dire che Gerard Butler, qui anche in veste di produttore, si spinge là dove nemmeno il Bruce Willis o l’Arnold Schwarzenegger dei tempi d’oro avrebbero mai osato addentrarsi: nell’impervio territorio dell’assolutamente impossibile. Nonostante questo, però, il film si lascia vedere con piacere. Anzi, per noi rientra a pieno diritto nella categoria di quelli che gli anglosassoni chiamano “guilty pleasures”.

La regia di F. Gary Gray (Il negoziatore, The Italian Job) è come al solito serrata e impeccabile, e fa del suo meglio per compensare o rendere meno evidenti i difetti del copione (firmato da Kurt Wimmer ma evidentemente passato attraverso moltissime penne). Gli attori ce la mettono tutta, a partire da Butler che ha la possanza fisica e l’intensità per farci credere (quasi) a tutto, per proseguire con Jamie Foxx che fa appello alla sua professionalità in un ruolo che non gli consente di mostrare tutto ciò di cui è capace (le scene più godibili sono in ogni caso quelle che li vedono a confronto diretto). Al loro fianco si impegnano caratteristi come l’irlandese Colm Meaney, da un po’ assente dal grande schermo, Bruce McGill e Viola Davis.

Per il pubblico femminile – consentitecelo - c’è inoltre una scena che vale da sola la visione del film: quando Gerard Butler, braccato dagli agenti, per dimostrare di essere disarmato si spoglia completamente e va loro incontro esibendo il suo invidiabile fisico. Magari non era proprio essenziale ai fini narrativi, ma in tempi in cui del corpo femminile si fa commercio ovunque senza alcuna necessità, anche noi possiamo toglierci una piccola soddisfazione.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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