Gemma Bovery - la recensione della commedia con Gemma Arterton e Fabrice Luchini

21 novembre 2014
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La francese Anne Fontaine adatta una graphic novel.

Gemma Bovery - la recensione della commedia con Gemma Arterton e Fabrice Luchini

La noia può essere una brutta bestia, ma se non colpisse a tappeto nelle cittadine di provincia molte avvincenti storie non sarebbero mai state raccontate, per non parlare del contributo al tasso di natalità. Un vero sotto genere è quello che racconta di personaggi non più giovani che decidono di cambiare vita abbandonando la frenesia competitiva della città per ritemprarsi nei ritmi dolci della campagna. Per Fabrice Luchini, poi, sembra diventata un’abitudine, visto che questa premessa si adatta bene non solo al personaggio che interpreta in Gemma Bovery, ma anche a quello di Molière in bicicletta. Non è l’unico déjà vù suscitato dal nuovo film di Anne Fontaine, regista capace di spaziare dall’agiografia laccata di Coco avant Chanel allo scandalo pruriginoso di Two Mothers. Anche l’altro personaggio chiave, la protagonista femminile che echeggia nel titolo, è molto simile a quello intepretato dalla stessa Gemma Arterton in Tamara Drewe.
In entrambi i casi l’arrivo in un paesino di campagna della affascinante Gemma crea scompiglio generale. Le somiglianze sono spiegate dal fatto che entrambi i film sono tratti da graphic novel scritte dalla britannica Posy Simmonds.

Francesi e inglesi a confronto, per cui aspettatevi qualche battuta sui rispettivi luoghi comuni. Fra una Normandia verdeggiante, un formaggio che si scioglie in bocca e un Calva... che è il Calva, il film si focalizza sul risveglio dei sensi di un fornaio suo malgrado, Martin: un intellettuale in prestito ai lieviti dalle buone letture con un approccio al mondo ben più parigino che campagnolo.

Martin si inventa panettiere per mantenere in vita la bottega del padre scomparso, e presto prova una adorazione erotica, seppur mentale e repressa, per la splendida nuova arrivata, venuta insieme al marito in cerca di quiete. Una musa da baguette, che permette alla Fontaine di regalarci una divertente scena di seduzione in penombra, che trasforma una dimostrazione di impastamento del pane in un vero balletto erotico.

Un film in cui la vista domina sensorialmente la scena. Il gusto del buon pane è solo una scusa per far incontrare i due protagonisti, con i continui sguardi di Martin che nutrono il film, a causa della passione così forte, seppur platonica, che arriva sconvolgergli la vita, proprio quando si era rassegnato a una routine distratta con la moglie.
Un Luchini dalla recitazione tutta increspature del viso, tutta espressiva, alla Servillo, che padroneggia da attore magistrale con infinite sfumature, tanto quanto Gemma Arterton si conferma un’arma di seduzione quasi suo malgrado, inevitabile.

Quando la serena vita coniugale nella nuova vita in campagna di Gemma inizia a lasciare posto a una passione infuocata per un ricco giovane del paese, il cognome di lei sembra sempre più essere parto beffardo del destino, con una vicenda che inizia ad avere troppe similitudini con le sventurata Madame Bovary. Martin, allora, si sente responsabile del destino della bella inglese; deve evitare che finisca tragicamente come la sua alter ego letteraria.

Nella parte conclusiva la Fontaine abbandona l’alveo rassicurante della garbata commedia maliziosa per osare un gioco di specchi nei confronti del romanzo di Flaubert, in cui deraglia ogni tanto, ma in fondo riesce a rimanere nei confini del divertissement, senza prendersi troppo sul serio, intonando un inno all'immaginazione e al potere della fantasia.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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