Gauguin: recensione del film biografico con Vincent Cassel nei panni del grande pittore

18 settembre 2020
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Edouard Deluc dirige un biopic che si concentra sul primo lungo soggiorno della Polinesia Francese da parte del pittore Gauguin a fine '800, coerentemente lontano dai compromessi dell'epoca e destinato alla povertà. Vincent Cassel è protagonista di Gauguin.

Gauguin: recensione del film biografico con Vincent Cassel nei panni del grande pittore

Un film biografico da manuale. Non solo, un film biografico su un artista da manuale. Uno di quelli avanti con i tempi, geniale e non compreso dalla sua contemporaneità, incapace per il suo approccio assoluto nei confronti dell’arte di accettare compromessi, di farsi ben volere nei salotti bene e godersi i privilegi dati dai mecenati versione fine ‘800. Lui è Gauguin, che nel film di Edouard Deluc troviamo quarantenne a Parigi. Solo il tempo per farci capire per bene come si differenzi dai suoi amici artisti post impressionisti, su tutti Degas, ed eccolo fallire il tentativo di portare con sé la compagna e la nutrita schiera di figli in quella che è passata alla (sua) storia come la “fuga a Tahiti”.

A un amico pittore rispose così, spiegando la ragione della sua partenza, “ho deciso di andare a Tahiti per finire là la mia esistenza. Credo che la mia arte non sia che un germoglio, e spero di poterla coltivare laggiù per me stesso allo stato primitivo e selvaggio”. Era il 23 marzo 1891, e dopo 65 giorni dall’imbarco da Marsiglia arrivò a destinazione.

Sauvage, selvaggio. Termine chiave per definire il percorso esistenziale del pittore, che negli ambienti artistici di Parigi veniva utilizzato per definirlo, come nel banchetto di saluto degli amici simbolisti, al Caffè Voltaire. Selvaggia come la sua arte e la sua peregrinazione quasi antropologica, inseguita per sperimentare in prima persona cultura, usi, costumi, e anche una ragazza, che diventerà sua musa (e non solo) per una serie di quadri diventati poi celebri: la tredicenne Tehura. Rappresentare il processo creativo di un artista è sempre molto complicato, sono molto più numerosi i ritratti deludenti di grandi pittori rispetto a quelli convincenti

Quello del pittore è un vero esilio, un’uscita dal proprio ambiente, con l'abbandono di famiglia e affetti, per mettersi a confronto con le proprie capacità, trovare la propria pittura da uomo libero, lontano dai codici della convivenza civile europea. Eccolo allora nella giungla, povero, malato e non curato. Unico riferimento, non definiamolo amico, è un medico che l’aiuta la prima volta che sviene e poi prende a cura la sua sorte, mettendo a confronto l’artista e lo scienziato, alieni di pelle bianca e natali francesi nel mezzo della natura selvaggia dall’altra parte del mondo. 

Qui Deluc regala a Cassel uno di quei ruoli che gli attori amano, in cui regredire allo stato di natura, con barbone sale e pepe incolto, riccioli sporchi, andatura caracollante e instabilità in ogni fibra psico-fisica. Cassel ci si getta a pesce, in almeno un caso anche letteralmente, nei mari della Polinesia, mentre lo spettatore esce dalla sala senza molte informazioni (o grandi emozioni) in più su Gauguin, se non che sia stato uno di quei pittori folli, senza un soldo, diventati famosi più che altro da morti, o almeno incapaci di vendere molti quadri da vivi. Alimentando, insomma, un luogo comune sull’artista al cinema.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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