Gangor - recensione del film di Italo Spinelli

03 novembre 2010

Una fotografia troppo spinta, fatta per denunciare la barbara condizione delle donne nell'India tribale, getta in pericolo sia il fotografo che l'ha scattata che la ragazza protagonista dello scatto. Italo Spinelli realizza un film di denuncia sociale

Gangor - recensione del film di Italo Spinelli

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Gangor - recensione del film di Italo Spinelli


Il documentarista e regista Italo Spinelli ha realizzato con Gangor un lungometraggio di indubbio spessore civile: la denuncia della condizione brutale in cui si trovano ancora oggi le donne delle classi tribali in India (in particolare la regione raccontata dal film è il West Bengala) è un atto preciso e doloroso, che merita assoluta partecipazione. La sua opera sembra rifarsi ad alcuni film di denuncia che negli anni 80 avevano dato vita ad un certo filone, ottenendo notevoli consensi da parte di pubblico e critica: Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir, Sotto tiro di Roger Spottiswoode, Urla del silenzio di Roland Joffe, Salvador di Oliver Stone. Con le dovute proporzioni, Gangor sembra aver bene in mente la lezione di quel cinema, che incastrava la denuncia sociale dentro storie personali con personaggi perfettamente delineati a livello psicologico. Poggiandosi su un racconto della scrittrice indiana Mahasweta Devi, Italo Spinelli tenta di fare proprio questo mettendo in immagini la storia di un giornalista d’inchiesta che si dedica al problema della condizione femminile nell’India più povera e rurale. Durante il suo percorso scatta una fotografia a Gangor, una ragazza che sta allattando il proprio bambino. Quest’immagine farà il giro dell’India provocando all’uomo una fama scomoda e soprattutto alla ragazza gravi problemi all’interno della sua comunità. L’ossessione del protagonista nel voler ritrovare Gangor lo porterà a rischiare di perdere tutto. L’operazione a Spinelli non riesce del tutto, poiché se il film in alcuni possiede una sua stringatezza, purtroppo nella maggior parte dei casi viene costruito con una retorica abbastanza ostentata, che invece di dare credibilità alle figure messe in scena ne mina il realismo. Lo sviluppo narrativo e psicologico del personaggio protagonista in particolar modo viene sviluppato in maniera eccessivamente schematica, e tutto lo spirito sanamente indagatore e mosso da volontà civile si trasforma nella seconda parte del film in un continuo luogo comune sul senso di colpa e la volontà autodistruttiva di espiazione. Anche da punto di vista strettamente cinematografico l’estetica di Gangor non propone allo spettatore nessuna novità rispetto a quanto visto in precedenza, al contrario lascia trasparire con evidenza una certa schematicità nella riproposizione di luoghi, ambienti e situazioni degradate.




  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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