Fuori era primavera: recensione del documentario di Gabriele Salvatores

26 ottobre 2020
2.5 di 5

Migliaia di video inviato dagli italiani in quarantena per la pandemia, a inizio 2020, raccolti in un documentario di Gabriele Salvatore dal titolo Fuori era primavera.

Fuori era primavera: recensione del documentario di Gabriele Salvatores

Un esperimento sociale, una testimonianza per le future generazioni, da conservare idealmente con ogni cura. Gabriele Salvatores l’aveva già fatto qualche anno fa con Italy in a day, all’interno di un progetto di più ampia portata internazionale. Aveva trasformato migliaia di video inviati spontaneamente da cittadini italiani di ogni tipo, rimodellandoli creando un documentario, una sorta di instantanea dello stato delle cose del nostro paese, analizzandone gli umori, la creatività, le speranze e le delusioni.

Una formula che ben si prestava a raccontare anche la quarantena che il paese ha vissuto a inizio 2020, a causa della pandemia di Covid-19. E allora ecco Fuori era primavera, il risultato di un grande lavoro di montaggio, come nell’altro caso curato da Massimo Fiocchi e Chiara Griziotti, con la supervisione artistica del regista Gabriele Salvatores, naturalmente. 

Oltre 15 mila video inviati, con alcuni “personaggi” ricorrenti che richiamano ad altri lavori e reportage dei mesi scorsi, come infermieri, sportivi, coppie in attesa di figli e naturalmente i bambini in prima persona, con le loro giornate di scuola a distanza. Meno originalità, quindi, del lavoro precedente e una sensazione di già visto alimentata, ovviamente, dall’enorme esposizione mediatica avuta da quelle settimane, già raccontate in molte varianti diverse nei mesi scorsi. Questo non vuol dire che Fuori era primavera sia una visione superflua, rimane senza’altro una testimonianza importante, anche considerando che viene per la prima volta presentata a un pubblico proprio in vista di una seconda ondata del coronavirus che ha così indelebilmente marchiato il 2020, e le tante persone che si sono raccontate.

Non manca una critica sociale, sottolineata dalle infinite pedalate di un rider che gira per Milano serate intere per guadagnare meno di venti euro, ma anche una forte critica a un’umanità troppe volte indifferente nei confronti dei ritmi del pianeta, irrispettosa di chi insieme a noi lo abita, e che potrebbe quindi, questo è l’auspicio, imparare almeno a rallentare e riconsiderare il proprio stile di vita. Un carosello di confessioni, speranze, balconi e bandiere al vento e nel cuore, piccole grandi solidarietà pronte a dare la speranza di diventare migliori davanti alla minaccia collettiva, purtroppo presto smentita dai fatti. Il film commuove e intenerisce, coinvolge a tratti, dando in altre occasioni la sensazione di aver dovuto montare anche materiale non proprio indispensabile per arrivare a una lunghezza ‘cinematografica’.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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