Funny Games - recensione del film americano di Michael Haneke

11 luglio 2008

L'austriaco Michael Haneke, uno dei registi più amati dai cinéphiles di tutto il mondo, ha ceduto alle sirene di Hollywood, accettando però di dirigere lui stesso il remake di uno dei suoi film più celebri: Funny Games. Cambiano i protagonisti - qui Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt - ma tutto il resto rimane assolutamente identico....

Funny Games - recensione del film americano di Michael Haneke

Funny Games - la recensione

Remake: sembra essere una delle parole d’ordine della Hollywood contemporanea, che sta rifacendo di tutto e di più. Bisognerebbe interrogarsi sulle origini e sul senso di tutto questo, e sull’idea di remake in senso generale. Chissà che, dopo il clamore suscitato anni fa dallo Psycho di Gus Van Sant, una spinta al dibattito teorico non possa arrivare proprio da Funny Games.

Non solo infatti ci troviamo di fronte ad un remake, non solo a dirigerlo è lo stesso regista dell’originale, Michael Haneke, ma questo nuovo film è un calco sostanzialmente identico di quello del 1997: praticamente identici sono sceneggiatura, scenografie, inquadrature, montaggio, durata delle scene. Qualche piccola tonalità di differenza è data dalle interpretazioni: ma è un’ovvietà, e non inficia affatto l’operazione di clonazione effettuata dallo stesso Haneke.

Inutile quindi spendere parole sul film come oggetto singolo: sull’originale sono già state scritte pagine e pagine, e quel che valeva allora vale ancora oggi. Vale la pena piuttosto interrogarsi sul senso di un’operazione che può lasciare interdetti e che giustifica (su quali basi, poi?) ogni interpretazione. Da quelle che vorrebbero vedere nel regista austriaco solo un gran paravento che ha intascato i dollari di Hollywood con il minimo sforzo possibile mascherando la cosa con la cappa dell’intellettualismo, a quelle per le quali ancora una volta Haneke si confermerebbe un acuto provocatore, che nell’era dei torture-porn ribadisce con intatta efficacia quanto detto sul tema della violenza e della visione più di dieci anni fa e spernacchia il sistema industriale americano. Concettualmente parlando poi, Funny Games potrebbe essere considerato come un testo che nega la possibilità quasi ontologica di ogni rifacimento, dato che davvero si tratta di copia pedissequa e nemmeno di una “reinterpretazione” come invece era stato nel caso del remake hitchcockiano di Van Sant. Tutto è lecito.

Ma forse, questo Funny Games a stelle e strisce altro non è che un ulteriore, coerente tassello in quella costante opera di destabilizzazione dello spettatore che ha caratterizzato tutta la produzione di Michael Haneke. Che lo si apprezzi o meno, va infatti ricosciuto che forse nessun altro regista oggi è in grado di instaurare un tale rapporto dialettico, polemico, dinamico e continuo tra il testo film e lo spettatore. Uno spettatore che viene costantemente privato di sicurezze e punti fermi e che di conseguenza è obbligato a mettersi in gioco di volta in volta e ad interrogarsi su (il senso di) quel che vede e sul suo rapporto con esso.

Interrogativi che spesso non hanno risposta, come non ha risposta la violenza gratuita dei due ragazzi del film. Quello che ci fissa dallo schermo, guardando diritto in camera e rivolgendosi direttamente a noi, ponendo domande e ridendo delle supposizioni e delle interpretazioni che vengono date, non è allora Michael Pitt oggi come non era Arno Frisch allora. È lo stesso Haneke. Che, sornione e spietato, si e ci sfida a riconoscere l’inconoscibilità della verità. La verità sul suo film e forse sul mondo tutto.

Funny Games
Il trailer del film diretto da Michael Haneke


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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