Fulci Talks: la recensione del documentario di Antonietta De Lillo

12 marzo 2021
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Minimalista nella forma per fa sì che la parola non abbia ostacoli, il film basato su un'intervista della De Lillo e di Marcello Garofalo al "terrorista dei generi" ne regala un ritratto umano, prima che artistico.

Fulci Talks: la recensione del documentario di Antonietta De Lillo

Partiamo dalla fine.
“E se fosse bravo?”, si chiedeva Claudio Carabba, sapendo già la risposta. Probabilmente la sapete pure voi.
Ma io vengo a parlare di Lucio Fulci, non a lodarlo.
Anzi, vengo a parlare di Fulci Talks, che avrebbe potuto benissimo chiamarsi E se fosse bravo?, che sarebbe stato un gran bel titolo.
Inutile quindi domandarsi nuovamente, retoricamente, quel che si domandava Carabba. Se volete sapere se e quanto fosse bravo Fulci, ci sono i suoi film. Che qui, guarda un po’, sono assenti: un doc, questo, privo del tutto di immagini di archivio di una sterminata filmografia, che è andata passo passo con la storia del cinema italiano della seconda metà del Novecento.

Meglio concentrarsi su altro, allora, sembra suggerire Antonietta De Lillo. Concentriamoci su Fulci.
Sull’uomo, prima che sul regista. Spogliato di ogni sovrastruttura - e pur ne aveva ben poche - perfino nella scelta della scenografia, e dell’inquadratura, con la forma ridotta all’essenziale per permettere che sia la parola a riverberare e amplificarsi.
Concentriamoci sul bugiardo dichiarato (certo, “non come Federico”, ma pur sempre bugiardo, “per sopperire alla mancanza di fascino”), sul grande affabulatore, sull’uomo dotato di affilata ironia e di una lingua che sa essere velenosa: ne sa qualcosa il Dario Argento che sta “chiuso nei suoi incubi”.
L’incubo di Fulci, racconta lui, era invece uno solo: quello di essere inseguito dall’onorevole Giovanni Galloni in un cimitero quadrato, e chiuso. Se avete presente che faccia aveva Galloni, come dice proprio Fulci, capite di che incubo si tratti. E chi è, chi era, l’uomo che lo raccontava: che poi fosse vero o falso, l’incubo, poco conta.

“Se partite così con le domande, io rispondo. Io sono un oggetto parlante”, dice Fulci all’inizio del film. Le domande sono di Antonietta De Lillo e di Marcello Garofalo. Gliele hanno fatte nel 1993, filmando le risposte. E Fulci Talks è il distillato di quella conversazione.
Fa ridere, Fulci. Fa ridere quando racconta del “nano sulla sedia che recitava Walt Whitman”, e che poi era Truman Capote. Quando racconta della frase “Dotto’, il cosmo è pronto!”, sul set di un film con Franco e Ciccio, o di come gelò Totò con una battuta perfida. Quello stesso Totò che lo fece esordire nella regia (“sono un errore di Totò”, dice Fulci) e che lui definisce “genio della parola”. Fa ridere quando si definisce “sciupato dalle donne”, e quando parla di personaggi un po’ nevrotizzati del nostro cinema che trarrebbero gran benificio, come è accaduto a lui, dall’andare in barca a vela: “però non ci sapete andare. Non ci sapete andare spiritualmente.”

Nelle mani di De Lillo & Garofalo uomo, Fulci lo è anche nelle amarezze: Argento che fa finta di volergli bene ma non gliene vuole, le accuse di plagio. Sopratutto, la critica. Quella critica che “e mica si possono dare tre stellette a Fulci”, che ragiona per schemi, convenzioni ed è pigra (“quella di sinistra è la peggiore”) e che se “mi rivaluta o mi usa è un problema suo”. Chi fa questo mestiere, due domande, potrebbe anche farsele.
Soprattutto, nelle mani di De Lillo & Garofalo, Fulci Talks diventa sineddoche di quel cinema che secondo lui “serve a racchiudere il tempo, e tenerlo nelle mie mani”, e del suo costante dialogo con la morte.
E se fossero bravi?

Fulci Talks
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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