Fuga dal call center - la recensione del film di Federico Rizzo

20 aprile 2009

Dopo anni di militanza e d’esperienza ultra-indipendente, Federico Rizzo emerge dall’underground più puro e – pur rimanendo legato al mondo della produzione indie all’italiana – sbarca nelle sale per tentare di conquistare il grande pubblico con un'opera intelligente e curiosa.

Fuga dal call center - la recensione del film di Federico Rizzo

Fuga dal call center - la recensione

Già dal titolo è facile capire dove Federico Rizzo voglia andare a parare con il suo film: grazie al giornalismo a stampa o televisivo, e a opere come Parole sante di Ascanio Celestini o Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, i call center - strumento di per sé neutro, ma spesso utilizzato in modo perverso – sono diventati il simbolo delle storture tutte italiane legate al precariato, allo sfruttamento del lavoro, alle fosche prospettive di carriera e di vita dei giovani di questo paese.

La via scelta da Rizzo per raccontare la storia di una coppia di neolaureati costretti a piegarsi al mondo del precariato più bieco e deleterio, con conseguenze nefaste sulla loro vita privata e sul loro rapporto di coppia, sembra in qualche modo piazzarsi in modo trasversale e mediano rispetto ai film di Celestini o di Virzì: il regista (e sceneggiatore assieme a Emanuele Caputo) spinge ben più del collega livornese sul pedale del grottesco e della caricatura, sforando scientemente in un surrealismo provocatorio che sorprende e colpisce più delle macchiette un po' risapute di Tutta la vita davanti. Ma rimane al tempo stesso vicino ad un ideale quasi documentaristico: sia nella descrizione di un mondo “infernale” ma purtroppo concretissimo e nient'affatto fantastico, sia nell’insertare le vicende dei suoi due protagonisti con dichiarazioni di veri impiegati nei call center.

Nonostante qualche scivolata qui e lì dovuta forse a inesperienza (ché il grottesco, si sa, è materiale delicato da gestire), Fuga dal call center colpisce per coraggio e inventiva in un panorama italiano dove queste sono parole davvero rare: al di là della qualità tecnica della realizzazione, con un digitale HD ben gestito e sfuttato da Rizzo grazie anche alla solidità di un direttore della fotografia talentuoso ed esperto come Luca Bigazzi (il quale però si lascia prendere un po’ la mano ed eccede nei giochi di luce e buio...), il film convince proprio per questa sua obliquità, per le scelte insolite quasi dada di alcune situazioni, per l’andamento a ritmi alternati e imprevedibili che spiazza positivamente e incuriosce.

E convince, forse ancora di più, per aver avuto anche la fermezza di non abbandonarsi completamente a questo disordine creativo, ma di essere stato capace di rimanere costantemente legato ad una realtà che il cosiddetto “realismo” non sa interpretare, legando inesorabilmente il privato alla condizione lavorativa e lasciando nei suoi protagonisti un livello di sensibile dolore e sofferenza che non sfocia mai nel facile patetismo o nel pessimismo compiaciuto, ma che serve come leva emotiva e morale per un riscatto forse impossibile ma sicuramente inevitabile nella sua urgenza.

 

Fuga dal Call Center
trailer del film di Federico Rizzo


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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