Fuga da Reuma Park: recensione del film del venticinquennale di Aldo, Giovanni e Giacomo

14 dicembre 2016
2.5 di 5
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Il popolare trio comico torna al cinema con un film di difficile definizione, compendio della loro carriera e incursione nel surreale spinto.

Fuga da Reuma Park: recensione del film del venticinquennale di Aldo, Giovanni e Giacomo

La prima reazione alla visione di Fuga da Reuma Park è la sensazione che Aldo, Giovanni e Giacomo si stiano congedando malinconicamente dal cinema. Ma parlando con loro si scopre invece che il film fa parte dei festeggiamenti per il loro venticinquesimo anniversario di attività (a noi sembravano molti di più, da tanto fanno parte del nostro background, o forse solo perché con la matematica non abbiamo mai avuto un buon rapporto). Dopo una trionfale tournée teatrale e lo splendido libro sulla loro storia “Tre uomini e una vita”, edito da Mondadori (bella idea per un regalo di Natale), questo dovrebbe essere il film che annuncia la loro voglia di continuare a divertire e divertirsi, la ciliegina su una torta di incredibili successi.

Ecco dunque i nostri tre catapultati 30 anni in avanti, quando il vecchietto Aldo viene trasportato dalla Sicilia a Milano e abbandonato dai figli monozigoti e carogne (Ficarra e Picone) in un triste ospizio/Luna Park, comandato letteralmente a bacchetta da un’ infermiera kapò russa, prosperosa come un omino Michelin. Lì Aldo ritrova Giacomo in carrozzina, scorbutico e bombarolo, e un disincantato Giovanni, che passa il tempo a nutrire pesci e piccioni (finti). Quando il trio si ricompone nonostante gli acciacchi, i suoi componenti riprendono brio e si preparano all’evasione, proprio il giorno di Natale, da quella specie di lager da cui non sembra esserci via di fuga, per andare in barca a Rio De Janeiro. Questo è il canovaccio del nono film a soggetto di Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti, il secondo firmato assieme al loro collaboratore di vecchia data Morgan Bertacca. Ma a differenza dei lavori precedenti di questi tre incomparabili folletti, qua si lavora su un canovaccio da commedia dell’arte basato largamente sull’improvvisazione e dove, letteralmente, non c’è storia.

Fuga da Reuma Park sembra nascere dal desiderio di tre vecchi amici di cazzeggiare insieme, inserendo in una trama esile e non strutturata il loro surreale umorismo declinato alla massima potenza. Ed è anche l’occasione per celebrarsi, rivedersi e prendersi un po’ in giro. Ecco dunque che i loro più famosi personaggi – i sardi, gli svizzeri del Canton Ticino, il fan, i bulgari, Tafazzi, il cammello e l’avvoltoio – compaiono qua e là come ospiti non invitati, quasi come i fantasmi del tempo che fu. Si potrebbe definirlo un non film, nato sul momento, questo viaggio onirico che si tinge dei colori dell’incubo nel sogno di Aldo e nella fuga nel tunnel degli orrori, e realizzato interamente in famiglia, visto che oltre alle loro diverse incarnazioni c’è soltanto Silvana Fallisi, moglie di Aldo.

È singolare che dopo tanti film sceneggiati a regola d’arte, Aldo, Giovanni e Giacomo abbiano deciso di liberarsi da una narrazione strutturata per affidarsi solamente all’estro del momento. Ne esce qualcosa di difficilmente definibile, una farsa anarchica con un retrogusto amaro, e viene spontaneo leggerla come opera metaforica sulla vita, quel gran caos a cui tutti, in genere senza successo, cerchiamo di dare un qualsivoglia ordine. La risata si congela nel tentativo di stare dietro a quello che appare come un flusso disordinato di coscienza, dove si passa dalle ombre cinesi a gag marxiane e da cartone animato, fino a un finale aperto (e suggestivo) che celebra il valore dei sogni e dell’Utopia (o almeno così ci è sembrato).

Noi che abbiamo apprezzato Aldo, Giovanni e Giacomo a teatro, in televisione e al cinema e abbiamo riso con loro fino alle lacrime, avremmo voluto però vederli in una storia originale e non in un patchwork sbilanciato delle loro passate esperienze (troppo lunghi gli inserti dagli spettacoli dal vivo e pleonastici i loro fantastici sketch di una volta sui titoli di coda). A proposito della Banda dei Babbi Natale, che avevamo amato molto, avevamo apprezzato che rispettassero “il linguaggio cinematografico senza sacrificargli le proprie peculiarità”, esattamente il contrario di quanto fanno qui. Il cinema infatti ha le sue regole: se è legittimo sovvertirle, si deve anche essere disposti a pagarne le conseguenze.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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