Frozen - la recensione del film

22 marzo 2011
2.5 di 5

Tra i filoni dell’horror meno battuti, c’è sicuramente quello natural-survivalistico, in cui una coppia o un gruppetto di sconsiderati – e sfortunati – individui, si ritrova isolato a vedersela con i pericoli della natura, e a sfoderare, con alterna fortuna, risorse da sempre dormienti, risvegliate dall’istinto di sopravvivenza.

Frozen - la recensione del film

Frozen - la recensione

Tra i filoni dell’horror meno battuti, c’è sicuramente quello natural-survivalistico, in cui una coppia o un gruppetto di sconsiderati – e sfortunati – individui, si ritrova isolato a vedersela con i pericoli della natura, e a sfoderare, con alterna fortuna, risorse da sempre dormienti, risvegliate dall’istinto di sopravvivenza.
Frozen è un incrocio tra questo tipo di horror e film anche non di genere, come Buried e 127 ore, in cui un solo individuo, rinchiuso o bloccato da qualche parte, deve trovare il modo di uscire da una situazione di pericolo mortale. Dopo il mare aperto e gli squali di Open Water, arriva la montagna, dove tre ragazzi, per una serie di fortuite circostanze, si ritrovano a essere dimenticati e abbandonati su uno skilift ad alta quota.
La parte più convincente del film di Adam Green è l’attenzione riservata al background dei personaggi: una coppia e l’amico del cuore di lui, che si sente costretto nel ruolo di terzo incomodo, ed è risentito dall'intrusione della ragazza in una tradizione amicale consolidata. I tre sono ben caratterizzati, con le loro distinte personalità, i punti deboli, le diffidenze e i rispettivi rancori. E il confronto che scaturirà tra di loro, quando la situazione si farà drammatica, è adeguatamente preparato.

Green costruisce sapientemente l’antefatto della vicenda, e dispensa i momenti scioccanti del film (soprattutto il primo) con grande sagacia, coprendo con buon mestiere i buchi più evidenti della sceneggiatura (sempre opera sua). E sono divertenti i riferimenti cinematografici dei ragazzi, quando discutono su quale sia il peggior modo per morire. Ma la tensione, paradossalmente, si stempera proprio nel momento in cui dovrebbe crescere: quando iniziamo ad interessarci davvero ai nostri protagonisti, la loro sorte viene risolta troppo in fretta, o in modo un po’ troppo prevedibile (non sappiamo se nel New England ci siano branchi di lupi affamati, ma sulla presenza dell'animale non avevamo dubbi).
E' vero che nella vita reale una situazione del genere richiede scelte immediate: di fronte alla prospettiva di morir di freddo sospesi per aria, anche un atto imprudente è meglio di niente. Ma, diciamo la verità, in Frozen non succede molto, e in un film dichiaratamente di genere i colpi di scena non dovrebbero mai mancare.
A Green va il merito di avere provato a mettere in scena un horror minimale, che almeno per metà coglie il bersaglio. Allo spettatore non resta che chiedersi come si sarebbe comportato nella stessa situazione, e riflettere su come una ragazzata o un atteggiamento sbagliato possano, in certe circostanze, costarci la vita. In fondo la morale del film è proprio questa: quando le luci si spengono e i nostri simili tornano a casa, gli abitanti della wilderness riprendono possesso del loro habitat, e la natura si vendica dei molti spregi a cui la sottoponiamo.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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