Frost/Nixon - la recensione del film di Ron Howard

05 febbraio 2009

Due cognomi, un titolo. Ma sembra evidente che – volontariamente o meno - il vero soggetto del film di Ron Howard è uno solo, ovvero il secondo, uno dei presidenti degli Stati Uniti più vituperati della storia. Un film efficace e compatto.

Frost/Nixon - la recensione del film di Ron Howard

Frost/Nixon - la recensione

Ron Howard - che per tutta una generazione rimarrà per sempre Richie Cunningham – è sempre stato autore di un cinema fieramente industriale e popolare. Dovendo ripercorrere complessivamente la sua carriera, andrebbe riconosciuto che da tempo il regista non azzecca (seppur a modo suo, come in Fuoco assassino) un film in maniera piena e convincente: perlomeno dai tempi del Grinch o, con molta indulgenza, del comunque retoricissimo e sopravvalutato A Beautiful Mind.

Con Frost/Nixon, invece, Howard riesce a sorprendere, pur maneggiando un materiale che sembrerebbe insolito per le sue corde registiche: il risultato è quello di un film sobrio, ritmato, quasi complesso in un’idea narrativa e formale che – con termine abusatissimo – potremmo definire multimediale.
È giusto infatti evidenziare che Frost/Nixon è un film basato su una pièce teatrale che a sua volta racconta di un vero evento televisivo (prima che politico), che alla ricostruzione di fiction alterna momenti da (finto) documentario. Ci sarebbe stato di che confondersi, forse. Ma il regista ha dimostrato di avere le idee ben chiare, ancorandosi saldamente ad una tradizionalità che non si fa mai retorica e facendosi aiutare da due interpreti di ottimo livello. Lontano da ogni pedanteria, comprese quelle della verbosità che un film con una storia simile poteva rischiare, Frost/Nixon conquista abbastanza rapidamente e non molla più, in virtù di una dinamica quasi thriller con la quale la storia viene raccontata.

Ma costruzione e meriti formali a parte, è nella costruzione dei personaggi e delle loro psicologie che il film di Howard convince. E ad emergere non è tanto la storia dell’intervista “impossibile” progettata da David Frost e dal suo staff di collaboratori, né la parabola del giornalista inglese che da borioso superficialone, guadagna in umiltà ma anche in determinazione rendendosi del reale calibro del suo avversario. A dominare Frost/Nixon è proprio la figura dell’ex Presidente degli Stati Uniti, e non solo grazie all’ottima interpretazione di Frank Langella.

Nel ritrarre Richard Nixon, Ron Howard riesce in tutto quello in cui è sostanzialmente fallito Oliver Stone nel suo recente racconto su George W. Bush, ovvero nell’offrire un ritratto intimo, umano e convincente di una personalità a dir poco controversa, senza per questo diventare facilmente assolutorio.
Il Nixon di Langella è un uomo orgoglioso, segnato da alcune (note) caratteristiche personali e caratteriali, che non si rassegna all’oblio in cui pare essere caduto e soprattutto all’idea “sbagliata” che il popolo americano si è fatto di lui. Ma nel film di Howard la personalità di Nixon non è monodimensionale o semplificata in base ad un assunto di base utile dal punto di vista narrativo: l’ex presidente viene descritto sì come il classico “leone ferito”, ma è arricchito anche in molte altre complesse sfumature. Tutte interiori al personaggio o anche frutto del suo entourage, come dimostra l’ottima caratterizzazione del personaggio di Jack Brennan offerta da Kevin Bacon. Dettagli, sfumature, accenni che regalano a Nixon un ritratto patetico nel senso nobile del termine, in grado di far provare empatia con l’uomo senza per questo far dimenticare le sue responsabilità come politico.

È evidentissimo, ad esempio, nel momento chiave e più delicato del film: quello della telefonata notturna tra l’ex presidente mezzo ubriaco e il giornalista. Scena nella quale Howard riesce a mantenere un equilibrio che gli permette di raccontare con passione e sincerità i suoi personaggi senza cadere nel baratro di un grottesco che era lì ad un passo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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