Free Guy, la recensione dell'intelligente film con Ryan Reynolds

05 agosto 2021
3.5 di 5

Ryan Reynolds è un PNG in un moderno gioco d'azione online openworld in Free Guy: ecco la nostra recensione. Non solo un film sulle tendenze contemporanee dell'intrattenimento. Firma Shawn Levy.

Free Guy, la recensione dell'intelligente film con Ryan Reynolds

Free City è un videogioco online openworld, a metà strada tra un GTA e un battle royale alla Fortnite. "Guy" (Ryan Reynolds) è uno dei tanti PNG di questo mondo virtuale: è un "personaggio non giocante", in altre parole una comparsa che serve solo a far divertire i giocatori, gli utenti. È un cassiere della banca da rapinare, all'occorrenza un pedone tonto da falciare o prendere a pugni. Se già da qualche tempo comincia a mostrare uno strano desiderio di essere padrone del proprio destino, l'incontro nel gioco con Molotov Girl, avatar della programmatrice Milly (Jodie Comer), lo motiva definitivamente. Ma perché Guy sfugge al controllo del codice gestito dal cinico nerd miliardario Antwan (Taika Waititi)? Che legame hanno con lo strano comportamento di Guy la stessa Milly e il suo collega coder Keys (Joe Keery)?

Free Guy, una sorpresa nel nome del videgiocare

A giudicare dai trailer che hanno accompagnato Free Guy, "avanzo" della Fox rilevata dalla Disney, ci era sembrato di trovarci di fronte a una rilettura virtuale di The Truman Show, dove Ryan Reynolds si diverte a ribaltare il suo personaggio tipo: invece di un furbastro con la battuta pronta e che la sa più lunga del suo interlocutore, veste qui i panni di un ingenuo totale, che prende alla lettera ogni cosa col più grande e più sincero dei sorrisi. Fortunatamente, come felice sopresa, Free Guy è qualcosa di più, grazie alla sceneggiatura piuttosto ricca di Matt Lieberman e Zak Penn.
Anche se non manca la marea di ammiccamenti e citazioni dai videogiochi (riconoscerete alcune delle armi usate nel finale?), accompagnate peraltro da un gergo che potrebbe rimbalzare su chi non abbia una minima dimestichezza con l'argomento, Free Guy va oltre lo sguardo ironico a un fenomeno "transitorio", che non è più transitorio da quasi 50 anni.
La sua qualità più grande è nel coprire il videogioco su tre livelli: sociale, artistico e commerciale. La riflessione sociale è spiccia ma non per questo meno importante: con una tecnologia che ha abbracciato il fotorealismo, rappresentare un essere umano come un fantoccio non dovrebbe essere in automatico la maniera più etica di usare il mezzo. Un conto è ascoltare o leggere discorsi moralisti di questo tipo da media e politici, risvegliati dalle polemiche magari su un titolo molto violento, ma che magari ignorano l'argomento: un altro è vedersi proporre riflessioni analoghe in una fiaba tenera che dimostra di conoscere l'ambiente e rispetta di conseguenza i giocatori.

Il videogioco e la sua percezione raccontati in Free Guy

La lettura sociale funziona perché è sorretta dalle altre due, quella artistica e commerciale. L'algoritmo fantasma che muove Guy incarna questo modo diverso di intendere il videogioco e la virtualità, risponde a una visione più artistica e meno competitiva, una visione che peraltro nella storia del mezzo è sempre esistita, anche se solo negli ultimi anni l'esplosione delle produzioni indie la sta mettendo in risalto. Milly e Keys sognavano un gioco in cui si ammiravano intelligenze artificiali empatiche, e chi ha un po' di anni sul groppone non può non ricordare il dolce esperimento di Little Computer People di David Crane nel 1985, seme che poi germogliò in fenomeni come The Sims di Will Wright o Animal Crossing. Chi ama i videogiochi sa che un altro mondo è possibile e c'è sempre stato, come Guy in effetti scopre, ma chi si ferma solo alla superficie del fenomeno potrebbe averne un'impressione falsata. E Free Guy spiega anche perché sia molto facile farsi quest'idea sbagliata.
Qui entra in gioco la terza anima del film, lo sguardo sull'aspetto commerciale dei videogame. È significativa la deriva megalomaniaca di Antwan (Waititi è esilarante), che vende il divertimento ma non ha realizzato di aver soffocato l'anima creativa anche di chi lavora con lui, impegnato com'è a trasformare scintille di piccole idee in progetti multimilionari, ossessivamente legati a condivisioni, visualizzazioni, numeri, numeri e ancora numeri. È uno stereotipo, si dirà: l'arte contro il commercio. Già, ma scegliendo questo tema Free Guy supera i limiti della parodia decerebrata, allineandosi più alle riflessioni poetiche sul mezzo videoludico, quelle che hanno le loro radici in Tron e hanno incrociato lo humor cartoon ma filosofico di Ralph Spaccatutto. Sono questi i film che fanno bene alla percezione del mezzo, piuttosto che improbabili e goffi adattamenti diretti di storie e personaggi, resi sterili dalla negazione dell'interattività al cinema.

Free Guy, quando il videogioco non è solo una scusa

Free Guy, forse uno dei lavori più convincenti del regista Shaw Levy, è quindi alla fine non solo una commedia romantica che usa il contesto del videogioco, ma è letteralmente un film sui videogiochi, nel senso più completo possibile in una produzione per le masse di questo tipo. Rafforzato dai discorsi che vuole imbastire, Free Guy non lascia perciò appeso al vuoto l'armamentario comico di Reynolds, che da coproducer ha campo libero per le sue amate idee grottesche e demenziali: ridere mentre si pensa è meglio che ridere e basta. Due al prezzo di uno. Non manca certo qualche accelerazione e semplificazione narrativa nel finale, nel tentativo di chiudere un discorso complesso, ma forse la si può perdonare perché la simpatia non viene mai meno e Reynolds non vampirizza le potenzialità del resto del cast: volendo, si potrebbe riflettere anche sullo sdoppiamento di Milly / Molotov Girl, con Jodie Comer che si alterna tra una dura sexy e una nerd totale. Recitare non è forse giocare?



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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