Freaks Out: la recensione del film di Gabriele Mainetti

08 settembre 2021
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Storie, fantasia, azione. C'è di tutto nell'atteso kolossal italiano di Gabriele Mainetti, Freaks Out. Dopo tanta attesa, ecco svelato in concorso a Venezia 78 la storia di un gruppo di freak nell'Italia centrale sotto l'occupazione nazista. La recensione di Mauro Donzelli.

Freaks Out: la recensione del film di Gabriele Mainetti

In guerra non ci sono più diversi, mostri. In compenso di mostri che non si sentono tali ce n’erano molti nel 1943, fra Roma e altre zone dell’Italia centrale occupata dai nazisti. Il secondo capitolo dell’avventura da regista di Gabriele Mainetti, lo porta a confrontarsi di nuovo con l’essere speciali,  diversi, senza rendersi conto pienamente di avere un dono potentissimo, senza saperlo usare. Da un supereroe nella periferia della capitale, a Tor Bella Monaca, a quattro freak del Circo Mezzapiotta. Sono Matilde, Cencio, Fulvio e Mario, e vivono come una famiglia, sono “fenomeni da baraccone”. I quattro protagonisti, insieme al proprietario del circo, Israel, ovvero Giorgio Tirabassi, sono tutti convincenti. Sono Claudio Santamaria, coperto di pelo, insieme a una giovane “elettrica” Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto e Giancarlo Martini.

Freaks Out ce li presenta nel loro ambiente naturale, sotto al tendone, l’unico posto in cui si sentono a loro agio, capaci di esprimersi. “Noi senza circo siamo solo una banda di mostri”, dice uno di loro. Presto però la guerra rompe quella bolla di quiete e li costringe ad avventurarsi nel mondo, impauriti dal giudizio e lo sguardo delle persone comuni, tanto quanto dai nazisti. 

Un circo rivale, gestito dai nazisti e decisamente più spettacolare, con numeri sontuosi, è guidato artisticamente da un eccentrico villain, interpretato da Franz Rogowski. Un invitante sbocco lavorativo, per alcuni dei quattro freak, mentre impareranno a cavarsela ognuno per conto proprio, ovviamente imparando a loro spese come insieme, costruendo una famiglia degli affetti, si va ben più lontano. La loro “diversità” li porta a confrontarsi con altri con in dote una sorte simile, come i mutilati o i feriti di guerra, o gli ebrei che vengono rastrellati dal ghetto di Roma, di cui sono testimoni in prima persona.

Nel loro viaggio di iniziazione alla vita, e alla guerra, si troveranno come alleati dei resistenti guidati dal Gobbo, Max Mazzotta. Una favola nera, che porterà gli eroi alla rottura della normalità, spinti verso un cammino tortuoso, fra la città occupata dai nazisti e il bosco popolato dai ribelli della Resistenza. Con lo scopo di riunirsi, di ritrovare Israel. Mainetti ha l’ambizione dalla sua parte, oltre a un talento un po’ folle nel mettere in scena un vero kolossal, almeno per gli standard del nostro cinema. Un’ambizione che non accetta compromessi, dialoga con tanti generi, dal fantastico all’action all’avventura storica. Particolare cura è messa nella caratterizzazione di ogni personaggio, da quelli più riusciti a quelli secondari. Proprio l’evidente amore per i suoi improbabili eroi porta Mainetti a portare un po’ troppo per le lunghe la sua avventura, che nella prima ora raggiunge altissime vette. Spettacolare, avvincente, ma anche profondamente umana e piena di calore, nell’ultima mezz’ora tende a perdere la bussola, sia narrativa che della coreografia stessa di un'infinita sequenza d’azione. Un gigantismo che rischia di saturare gli occhi, dopo aver dato i brividi, facendo calare l’attenzione in uno spettatore deliziato da uno spettacolo convincente e molto accurato.

Crepuscolare, malinconico, capace non solo di veleggiare con abilità nei territori del fantastico, ma anche di catturare quel senso di precarietà esistenziale, ma anche di straordinaria voglia di rinascere, di vivere, che rappresentarono quei mesi di un’Italia che alzava la testa, anche se in ginocchio. Un film pieno di luci in una notte perenne, quella della guerra. Dallo spettacolo del circo alle luci di un treno lanciato di notte nella campagna, ma soprattutto quella non ancora espressa, il grande dono della più giovane dei quattro, la prescelta. Una figura messianica capace di illuminarli vero una nuova alba, cambiando la storia come solo l’arte può permettersi di fare.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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