Fräulein - Una fiaba d'inverno - recensione del film con Christian De Sica e Lucia Mascino

26 maggio 2016
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Un'originale opera prima, commedia surreale e fiabesca, con due interpreti davvero bravissimi.

Fräulein - Una fiaba d'inverno - recensione del film con Christian De Sica e Lucia Mascino

Nella vita di molti adulti ci sono periodi in cui, per i motivi più disparati (una delusione, un lutto, un abbandono) il mondo interiore si congela e l'emotività viene repressa sotto una corazza respingente, che tiene lontano il mondo. Questa chiusura diventa una seconda personalità, che non impedisce di interagire con gli altri nella quotidianità, ma non offre appigli a cui questi possano aggrapparsi. A volte però basta un piccolo evento o un incontro fortunato per sciogliere il mare di ghiaccio che ci circonda e riportarci la luce e il calore.

È questa la situazione in cui si trova la protagonista di Fraulein – Una fiaba d'inverno, una ragazza invecchiata che nel paesino montano di confine in cui vive non ha più un nome – risponde solo al desueto appellativo di “signorina” - mantiene rapporti funzionali con poche persone che conosce da sempre, fa andare in malora il bell'albergo che ha visto giorni migliori e risponde in modo duro e sgarbato a chiunque cerchi di avvicinarla, affidando a delle ridicole cassette di meditazione la cura dell'ansia che la divora e a una gallina bianca di nome Marilyn (un richiamo alla femminilità che nega a se stessa) il compito di farle compagnia.

Nel castello pieno di paccottiglia di questa regina prigioniera e scorbutica non capita un bel principe azzurro, ma un turista sessantenne che insiste per essere ospitato e non si ferma di fronte a nulla pur di ottenere il suo scopo. Uomo buffo e un po' infantile, il tenace Walter arriva nel bel mezzo di una tempesta geomagnetica, che oltre a oscurare i mezzi di comunicazione e a causare ripetuti blackout, crea un'atmosfera sospesa e inquieta. Maltrattato e respinto, anche in virtù della sua estraneità al luogo resiste a tutto e finisce per fare breccia in una fortezza che ha per lui un significato particolare. È dall'incontro tra queste due anime sofferenti che reagiscono in modo diverso al dolore, che ha inizio il disgelo.

Con questa commedia surreale e delicata Caterina Carone dimostra di possedere già la capacità – importante per un autore - di immaginare un mondo e dargli vita. Lo si vede anche nella cura riservata alle piccole parti di contorno, con personaggi così ben caratterizzati nella loro eccentricità da meritare uno spazio maggiore di quello che hanno. Più dei dialoghi, volutamente scarni, contano le intonazioni e i gesti che li accompagnano: prendere furtivamente una torta con le dita, versarsi il vino, cadere sul ghiaccio, spaccare la legna, cantare a squarciagola “Spaghetti a Detroit” o togliere rabbiosamente il cellophane dai mobili esprimono i sentimenti, le differenze, i pensieri e le dinamiche che si creano tra i protagonisti. Se la prima parte è più fluida e compatta nella costruzione e suscita la curiosità e l'attenzione dello spettatore, il piacere di assistere al gioco di due ottimi attori con un'innegabile alchimia e l'interesse per le sorti dei personaggi ci accompagnano senza sforzo fino all'epilogo.

Se non scopriamo adesso il talento di Lucia Mascino, che si cala con contagiosa partecipazione in un ruolo ruvido ma ricco di sfumature (e speriamo che questo sia per lei solo il primo di molti ruoli da protagonista anche al cinema), sappiamo – a differenza a quanto pare di registi e produttori - di cosa sia capace Christian De Sica quando gli si permette di uscire dalla sua comfort zone. Ci fa ridere - e di gusto – anche in questo film, ma a colpire e a convincere è soprattutto la dolce e misurata malinconia che infonde al suo personaggio. Da parte sua la regista gestisce con molta attenzione tutti i reparti: sono pregevoli i costumi e le scenografie, il tema musicale di Giorgio Giampà è accattivante, la location altoatesina è così perfettamente fiabesca da sembrare finta ed è ben scelta la composizione delle inquadrature, che la fotografia dell'esordiente Melanie Brugger valorizza nelle suggestive scene notturne, catturando con naturalezza anche i vari cambiamenti atmosferici.

Nel film ci sono anche un sapore di antico trovarobato e un pizzico di cartone animato (il divertente postino di Max Mazzotta ricorda molto Dick Dastardly), citazioni cinefile e qualche perdonabile ingenuità. In un momento storico in cui le donne faticano ad emergere in tutti gli ambiti (e il cinema non fa certo eccezione), già il fatto di assistere al debutto di una regista che alla peculiarità della visione unisce la chiarezza d'intenti ci sembra un evento da salutare con particolare attenzione. E visto che un certo talento a quanto pare c'è, ne aspettiamo conferma e maturazione in futuro.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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