Frances Ha - la recensione del film di Noah Baumbach con Greta Gerwig

14 febbraio 2013
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Non è che i personaggi di un film si debbano necessariamente (o subito) amare. E che un film sia bello o meno non dipende da quella decisione.

Frances Ha - la recensione del film di Noah Baumbach con Greta Gerwig

Non è che i personaggi di un film si debbano necessariamente (o subito) amare. E che un film sia bello o meno non dipende da quella decisione.
Di certo ci saranno uomini e donne che della protagonista di Frances Ha, quella che gli dà il titolo, s’innamoreranno immediatamente, lodandone la goffaggine, la stramberia, l’immaturità, l’hipsterismo di fondo comune a lei e a tutto il suo ambiente. Ma non è necessario, e non è nemmeno il caso di chi scrive.

Intendiamoci, non che Frances sia un personaggio davvero antipatico: quello lo sono casomai molti dei suoi amici o certe ostentazioni della vita bohemiene dei privilegiati della New York odierna. Ma l’impressione è che forse nemmeno Noah Baumbach e l’interprete e co-sceneggiatrice Greta Gerwig abbiano voluto rendere la loro protagonista immediatamente totalmente apprezzabile. Perché, altrimenti, sarebbe decaduta l’idea stessa che è alla base del loro film, quella di raccontare una ragazza che, alla soglia dei trent’anni, fatica ad abbracciare l’età adulta e che riesce a farlo solo dopo numerosi e faticosi tentativi; ma, quando ci riesce, che soddisfazione.

Con un bianco e nero che ammicca chiaramente alla Nouvelle Vague francese (rispecchiata nella grammatica del film e nello sguardo su personaggi e sentimenti) e al Woody Allen di fine anni Settanta (evidente le analogie tra il racconto della New York e del mondo artistico e intellettuale di allora e quelli di oggi), Frances Ha balla con coraggio su un palcoscenico dal quale sarebbe facilissimo cadere, ma che invece è il punto di partenza per la conquista della platea.
Perché la Frances di una bravissima Gerwig la si impara ad apprezzare strada facendo, con affetto crescente, e le sue conquiste saranno le nostre.
Grazie anche a un Baumbach che torna a livelli di empatia notevoli e che racconta del necessario superamento di un impasse esistenziale che ha valore generazionale senza arringhe trombone ma con levità e grazia.

E che, prima di ogni cosa, ha per la sua protagonista un grandissimo rispetto e un grande e palpabile amore. Quell’amore che mette la sincerità al primo posto, che non nasconde o ignora i difetti ma che si costruisce anche su quelli. E che qualche volta aiuta a superarli.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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