Fish Tank - la recensione del film di Andrea Arnold

19 luglio 2010
3 di 5

Dopo l'esordio di Red Road, che le ha garantito il premio della giuria nel 2006, l'inglese Andrea Arnold torna a in sala con Fish Tank, film che racconta la particolare storia di formazione di una ragazza adolescente proveniente dalla working class e da una famiglia non propriamente modello.

Fish Tank - la recensione del film di Andrea Arnold

Fish Tank - la recensione

Mia ha 15 anni. È un’adolescente irrequieta ma sensibile, aggressiva e in grado di badare a sé stessa, in perenne conflitto con la madre single, la sorellina e le sue amiche. La sua unica liberazione è il ballo, attività che pratica quasi in segreto e con dedizione. Ma la vita di Mia è destinata ad essere rivoluzionata quando la madre porta a casa il nuovo boyfriend, Connor: bello, simpatico, generoso, diverso dagli altri uomini che hanno frequentato quella casa in precedenza. Superate le asprezze iniziali dovute al mantenimento del suo personaggio, diverrà ovvio che Mia ha per lui più di una semplice simpatia, comunque ricambiata.

Non c’è praticamente inquadratura, nel film di Andrea Arnold, dove non appaia la sua giovane protagonista, la sorprendente esordiente Katie Jarvis. La regista inglese, che per il suo esordio Red Road aveva stimolato alcuni paragoni con gente come Von Trier e Haneke, questa volta pare aggrapparsi alla grande tradizione del cinema verità di colleghi come Ken Loach e ancora di più Alan Clarke.
In Fish Tank Mia viene pedinata con attenzione, studiata, seguita, raccontata attraverso l’uso costante di una camera a mano che riesce con abilità ad evitare le trappole e le retoriche eccessive di un simile stile di regia. E quindi Mia ci viene restituita in tutta la sua complessa sincerità, in tutte le pieghe del suo carattere, in tutti i difficili passi di una “maturazione” che arriva troppo in fretta ed attraverso dinamiche non esattamente ortodosse. Così come attraverso piccoli dettagli solo apparentemente in secondo piano, la Arnold riesce a raccontare la realtà sociale di quella che un tempo veniva chiamata la working class, la popolazione di periferie desolate dove gli unici modelli per la crescita paiono essere l’hip hop, l’r’n’b, show come MTV Cribs e similari.

Quella di Andrea Arnold non è un’idea di cinema (formale o narrativa che sia) particolarmente nuova. Non lo era in Red Road, non lo è nemmeno in Fish Tank. In questo caso la trama è anche facilmente prevedibile nel suo sviluppo, e magari è anche vero che certe piccole insistenze si potevano evitare, così come le concessioni a leggere scontatezze del finale. Ma non si può comunque negare che l’inglese sappia girare, e che abbia avuto l’intelligenza di affidare il suo film a due prove attoriali davvero di gran livello: quella di Katie Jarvis e quella di Michael Fassbender.

È soprattutto grazie a loro che Fish Tank appare a chi scrive un buon passo in avanti rispetto ad un Red Road interessante ma troppo ambiguo, in virtù di una sensazione di sincerità e dedizione (di racconto e intenti) magari solo apparente, ma comunque pervasiva ed efficace.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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