Fiore: recensione del film di Claudio Giovannesi con Valerio Mastandrea

17 maggio 2016
3.5 di 5
470

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2016

Fiore: recensione del film di Claudio Giovannesi con Valerio Mastandrea

A Claudio Giovannesi piace raccontare quello che, dopo anni di lavoro, conosce bene: gli adolescenti di borgata, quella gioventù vitale e spigolosa che, spesso, sfoga la sua irrequietezza nell’illegalità. Questo non vuol dire però che il regista racconti sempre la stessa cosa: bastano pochi minuti di Fiore per capire che si tratta di un film che con Alì ha gli occhi azzurri ha numerosi punti di contatto, nello stile e nei temi, ma che costruisce un disegno complessivo del tutto differente.

In quei primi minuti, la differenza più evidente sta in una fotografia che non è più quella scura, plumbea e sgranata del film del 2012, ma che è solare e nitida: anche troppo, forse, perlomeno fino a quando non capisci perché.
E il perché lo capisci quando la storia di una minorenne sbandata che ruba i cellulari alle coetanee nella metro di Roma, e che finisce in carcere dopo essere stata beccata dalle guardie, si trasforma nella storia d’amore tra lei e un ragazzo del braccio maschile. Quando Giovannesi chiarisce bene che, diluito e mescolato indissolubilmente col racconto realistico della gioventù criminale e della vita in detenzione, Fiore è in realtà un melodramma che non ha i toni enfatici di Douglas Sirk ma la dinamica e nervosa freschezza degli amori della Nouvelle Vague: quella degli amanti che scappano e corrono e ridono, verso dove non si sa e non importa.

La fuga (anelata, sognata, temuta, fuga da sé prima che dagli altri) è l’unico sfogo possibile per Dafne, e per un film che lavora costantemente, e con grande intelligenza sull’inesploso, su una moderazione e modellazione dei toni che non è repressione, ma solo la voglia di non far ebollire il suo materiale e i suoi personaggi solo per il gusto di vedere l’effetto che fa.
La tensione è tanta, in Fiore, fin dal primo minuto. Una tensione che è narrativa, che è psicologica, emotiva. Poi anche sentimentale e perfino sessuale. Dafne lotta con la propria insopprimibile voglia di ribellione, coi suoi sentimenti, con le compagne di galera e con le assistenti carcerarie. E certo, a volte esplode, ma non trascende mai: perché non sarebbe vero, non sarebbe utile né a lei né al racconto.
Per contro, non si addolcisce nemmeno troppo quando si trova di fronte a un padre un po’ così, che ha finito di scontare una pena anche lui, che le vuole bene e che ci prova a fare il suo dovere anche se non sa bene da che parte si cominci: un padre commovente che ha lo sguardo malinconico e la calma dolente e sorniona di Valerio Mastandrea, col quale Dafne è protagonista di scambi ora affettuosi, ora ruvidi, ma senza mai esagerare.

L’intensità raggiunta da Giovannesi con la pratica costante di questa misura è alta, e più Fiore e la sua protagonista (una sorprendente e bravissima esordiente, Daphe Soccia) stanno dentro le righe, magari al limite, ma senza mai esondare, più l’emozione per noi che guardiamo e seguiamo le loro storie è profonda.
Allo stesso modo, l’energia di Dafne è tanto più trascinante quanto più è costretta e imbrigliata dalla sua stessa irrequietudine e dalle mura e le sbarre del carcere, o dagli obblighi familiari che la tentano e la opprimono al tempo stesso; e la tensione erotica tra lei e il suo Josh è più potente quando la carnalità non viene espressa né evocata, che quando al legame affettivo tra i due si mescola l’esplicita attrazione sessuale.
In qualche modo, allora, più ancora che nei suoi lavori precedenti, Fiore è il film dove Claudio Giovannesi cerca e riesce a domare l’indomabile, lasciando che poi la corsa folle e irresponsabile verso un futuro che non c’è risulti dolce e amara al tempo stesso, proprio perché così tanto attesa e rimandata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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