Finché morte non ci separi: la recensione della black comedy horror con Samara Weaving

22 ottobre 2019
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Un giochino cinematografico scanzonato e divertente, dai sottotesti sfacciatissimi eppure perversamente efficaci.

Finché morte non ci separi: la recensione della black comedy horror con Samara Weaving

Non bisogna stare a scervellarsi più di tanto, davanti a Finché morte non ci separi.
Tutto il piano simbolico e metaforico di questa commedia horror è infatti spiattellato come meglio non si potrebbe nelle pieghe del racconto, e perfino nei dialoghi. I ricchi hanno stretto un patto col diavolo, gli sventurati che vogliono entrare a far parte di quel ristretto circolo di ultra-privilegiati devono vedersela con la crudeltà della sorte: e o sopravvivono, vendendo l'anima anche loro, o periscono sacrificandola, perpetrando così le antiche fortune col loro sangue, oltre che col loro lavoro.
E poi c'è il grande tema della famiglia. Quella acquisita, che proverbialmente è quello che è, specie in questo caso, e quella naturale, che però ti può portare a commettere ogni efferatezza convincendoti che sia cosa normale.

D'altronde, questo non è mica un film che vuole nascondersi dietro a un dito, o che pretende di essere quello che non è. Alla base di tutto c'è un gioco, perché in fondo gli sceneggiatori Guy Busick e Ryan Murphy, e i registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, non è che avessero intenzione di fare molto di più, se non giocare. Col cinema, coi generi, con certi stereotipi e certi immaginari: tanto dal punto di vista del decor quanto da quello del plot. Per divertirsi, ma anche per divertirci.
Più commedia (nera, nerissima) che horror - anche se il finale, lasciando esplodere tutto quel che fino a quel momento era stato trattenuto e imbrigliato al massimo nel thriller, ha qualcosa di sguaitamente liberatori - Finché morte non ci separi, però, proprio perché così sfacciato nei suoi sottotesti e apparentemente puramente ludico nella sua superficie, qualche martellata bene assestata alle colonne portanti dell'Occidente più conservatore (il Capitale e la Famiglia, appunto) riesce pure a darla, dissimulata ma nemmeno poi troppo tra gli aspetti più grotteschi e caricaturali del racconto.

Molto buone le scelte di casting, con una Andie MacDowell lontana miglia e miglia dal romanticismo di Quattro matrimoni e un fumerale, un Adam Brody soprendentemente efficace nei panni della pecora nera alcolizzata della famiglia, e una Samara Weaving lontanissima dallo stereotipo della damsel in distress, tosta e determinata a dispetto dall'aspetto angelico, che si candida a diventare la prossima Margot Robbie.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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