Finalmente la felicità - la recensione del film

15 dicembre 2011
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Leonardo Pieraccioni nel suo mondo. Incoraggiante e contento, ma troppo vicino per fare olè.


Leonardo Pieraccioni nel suo mondo. Incoraggiante e contento, ma troppo vicino per fare olè.
Leonardo fa i balocchi a Lucca, città che mancava nella sua mappatura geografica “lellerina”. Lascia per una volta la mano di Ceccherini e tiene più a lungo Papaleo, sostituisce il melò pacato e surreale dell’ultima Marilyn, per tornare al comico sentimento. Un passo, il decimo in regia, che dopo l’icona morbida e bionda di un fantasma, rilancia l’esile e timida bellezza di un’altra straniera (la modella Ariadna Romero). Con incognite azzerate, insieme al cauto mistero di un incontro televisivo, e l’avventuroso spirito di una gita fuori porta, il regista toscano riprende peter pan. Non quello che non ha voglia di crescere, ma solo quello eterno dell’“isola che non c’è”.

Caterina, Yamila, Amaranta, Luna, (l’unica eccezione italiana è divenuta sua moglie): Pieraccioni ad ogni film si fa meravigliare dall'esotico, rimanendo in provincia; gli occhi e i movimenti delicati delle donne, quasi tutte alla prima cinematografica, sono il suo discreto sogno seriale. Bellino, ma non troppo, ingenuo quasi sempre e onesto sopra a tutto, Leonardo descrive, anche per il suo ultimo, l'incontro fortunato e giocondo, con quella ragazza che lo cerca attraverso "C’è posta per te", modificando il lento andare di un maestro di musica. Quasi-sorella, perché adottata a distanza dalla mamma, attraente ma ritrosa, Luna non può resistere all'idea di un amore normale.

L’isola e la stanza dei giochi di
Leonardo Pieraccioni durante la crescita si è riempita, con un certo metodo e garbo, con qualche pigrizia e svolte sornione. I suoi racconti lievi e romantici, distanti da strapazzi grossolani, e rodati su risate toscane ingentilite, hanno spiegato a sufficienza il nostro ex cabarettista, come attento alle piccole cose di senso e lussuoso con i bizzarri personaggi corali. Convinto del suo mestiere da ottimista, il regista segue la musica e prova anche darle un ruolo centrale (felicità è il titolo della melodia che gli hanno rubato), ma è sopraffatto dalla semplicità e disattento sulla vaghezza dei caratteri. Allora, per promuovere la causa compra altri giochi: Thyago Alvez, un accenno filosofico, le suore e un (tentato) suicidio al sole, ma il divertimento è frettoloso.

Non dispiace il suo genuino gusto della favola, o i goffi avvicinamenti, piuttosto la quiete senza stupore e il sentimento senza magia. Confuso dalla felicità Pieraccioni vorrebbe descriverla per accumulo, ma troppe piccole cose non la rendono più grandiosa, e gli tocca decidere quale gioco tenere e quale, alla fine, non lo diverte più.



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